Manuel Poggiali: troppo razionale per essere un pilota, troppo istintivo per smettere di esserlo

Manuel Poggiali: troppo razionale per essere un pilota, troppo istintivo per smettere di esserlo

15 Gennaio 2021 0 Di Arianna Rossi
Tempo di lettura: 5 Minuti

“Due sentimenti eterni in perenne lotta, la ricerca dell’ordine e il fascino del caos: dentro questa lotta abita l’uomo, ordine e disordine.
Cerchiamo regole, forme, canoni, ma non cogliamo mai il reale funzionamento del mondo, è per gli uomini un eterno mistero.
L’incapacità di risolvere questo mistero ci terrorizza, ci costringe a oscillare tra la ricerca di un’armonia impossibile e l’abbandono al caos”

RAGIONE: facoltà di pensare appartenente all’uomo in grado di renderlo capace di distinguere il giusto dall’ingiusto. Invisibile all’istinto.

ISTINTO: la spinta interna, congenita e immutabile che spinge l’uomo a comportarsi in un determinato modo. Indipendente dall’intelligenza, immune dalla ragione.

In un pilota quella spinta interna così forte da calamitarlo a correre su una moto da corsa è chiamata SCINTILLA. Nello stesso pilota la ragione dà origine ad un pensiero dotato di una potenza tale da immobilizzare il talento, il suo nome è PERFEZIONE.

Due forze conosciute bene da Manuel Poggiali, classe 1983, la cui scintilla si accende a 10 anni durante una giornata al luna park con i genitori. Quel giorno mentre guida una minimoto, un brivido gli accarezza la schiena, l’euforia provata in quell’istante lo elettrizza a tal punto da fargli prendere un’unica decisione: da grande avrebbe fatto il pilota.

La scintilla è stata innescata, la miccia inizia a bruciare.

Campionato di minimoto vinto nel 1997, mondiale 125 consacrato nel 2001, la stella di Manuel Poggiali brilla della luce dell’istinto, quello di cui un pilota non può fare a meno quando scende in pista. In ogni gara Manuel ci mette il cuore diventando un tutt’uno con la sua moto, un’arma micidiale che non riesce a passare inosservata.

E’ la passione a guidarlo, una passione pura, senza artifici, grazie alla quale si laurea a campione del mondo in classe 250 nel 2003, stesso anno del suo esordio.

Manuel è diventato grande, ora il suo sogno è diventato reale, ora è un pilota.

Dopo aver sconfitto sulla pista tutti gli avversari contro ogni previsione, non c’è più nessuno da battere ma nascosto nella sua testa, un nemico più pericoloso si prepara all’agguato. Il caos è pronto a sferrare il suo attacco.

“Dopo aver vinto il mondiale 250 non ho avuto neanche il tempo di godermelo. Faticavo con la testa. Lo vedevo come un peso da sopportare”

Decide di non passare alla classe regina, vuole fare tutto per bene Manuel Poggiali, non vuole strafare, non si sente ancora pronto per un passo del genere, non si sente ancora pronto per guidare una moto del calibro della MotoGP.

Così resta in 250 con l’intenzione di fare meglio. Ma come si può fare meglio dopo un mondiale vinto all’esordio?

Come si può correre e gareggiare con la stessa voglia e la stessa grinta di chi ha già raggiunto l’apice?

Il cervello di Manuel Poggiali registra un’unica risposta: non è possibile. Quella risposta diventa un veleno e come tale comincia ad infettare lo spirito di Poggiali, ad indebolire la sua passione, a spegnere la sua scintilla.

“In quel momento non ero nelle condizioni di lucidità e andavo alle gare senza troppe emozioni”

L’istinto lascia il posto alla ragione, il caos arriva a detronizzare l’armonia trasformando Poggiali in un pilota così ossessionato da rendere migliore ciò che è già perfetto da distorcerlo in imperfezione.

“Ho cominciato a non vincere, è arrivata la frustrazione: anche un quarto posto sembrava insopportabile. Mi sono incasinato con la testa”

Non ci sta Manuel Poggiali, lui vuole di più ma vuole farlo ancora in 250, ancora con l’Aprilia, con la sua moto, quella con cui è diventato campione, una moto che però da tempo stenta a riconoscere come sua.

Così decide di staccare la spina per un pò, di provare a ritrovare dentro di sé quella spinta andata perduta, quella passione animata solo dal divertimento e dalla voglia di correre.

Si ritira nel 2007, torna nel 2008 ma ormai è troppo tardi.

Il disordine ha preso il sopravvento, l’equilibrio tra ragione e istinto, fondamentale per far sì che un pilota sia anche un campione, è del tutto scomparso.

“Avevo ancora voglia ma a quel punto è arrivata la paura. Ho fatto delle brutte cadute, mi è venuta paura di farmi male. Con la pioggia non entravo neanche in pista. Un blocco peggiore di quello precedente. Continuare non aveva più senso per me”

Nel 2008 l’addio definitivo inaspettatamente a metà stagione, accompagnato dalla scelta radicale ed estrema di estirpare da se stesso ogni elemento di quel mondo, forse la soluzione migliore per ristabilire l’ordine perduto.

“Abbandonai le moto e mi distaccai completamente dalle 2 ruote, tanto da non vedere più gran premi. Disintossicarmi fu la scelta giusta perchè al ritorno assaporai al 100% il puro piacere di guidare”

Torna in pista Manuel Poggiali nel 2013 e lo fa prendendo parte al Campionato Italiano di Velocità, lo fa di nuovo con la passione pura di quando era giovane riuscendo addirittura a salire sul gradino più alto del podio durante il Gran Premio corso al Mugello.

Anche se il suo istinto non è stato in grado di reggere alla pressione di un mondiale vinto e di cui ancora il pilota sammarinese si rammarica, “Se fossi stato meno fragile sarei ancora nel Motomondiale”, quell’istinto non se n’è mai andato rendendo il nome di Manuel Poggiali un nome radicato nei ricordi di chi lo ha visto correre, un nome che non può non comparire quando si parla di campioni.

Un’anima fragile ridotta a brandelli dalla lotta esistenziale tra ragione e istinto, una lotta che Poggiali non è riuscito a comprendere fino in fondo, da cui è stato divorato senza pietà.

“Portato dall’onda frenetica dello stress non ho mai avuto il tempo di capirmi”

Sono passati 12 anni dal suo ritiro in 250 e Manuel Poggiali, rider’s coach dal 2019 nel team Gresini Racing, non ha rimpianti. Guarda al passato senza più paura, senza nessun rimprovero, senza alcuna vergogna per non essere diventato il pilota campione che tutti si aspettavano diventasse perchè:

“Non ci sono solo i titoli mondiali nella vita e nonostante la carriera sia finita presto, ho fatto anch’io un pò di storia del motociclismo italiano”.

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