John Hopkins: quando l’opera resta incompiuta

John Hopkins: quando l’opera resta incompiuta

16 Gennaio 2021 0 Di Stefano Ferrari
Tempo di lettura: 3 Minuti

Oggi si occupa di far crescere i giovani piloti americani, ma prima di essere coach John Hopkins è stato un pilota dall’indubbio talento, che non ha mai avuto un’occasione concreta per dimostrare il proprio valore. Ecco il racconto dello “Yankee” dallo stile inconfondibile.

John Hopkins fu notato per il suo talento alla guida di una moto già da giovanissimo, per questo riuscì a debuttare sul palcoscenico mondiale a soli 19 anni, nel 2002. L’esordio fu parecchio complicato, dato che nella prima stagione con i nuovi motori a 4 tempi Hopkins dovette guidare la vecchia Yamaha YZR 500 a 2 tempi, che oltre a essere meno performante era anche molto difficile da interpretare e infatti il giovane americano conquistò solo il quindicesimo posto in classifica con 58 punti. Nonostante questo riuscì a stare davanti a piloti ben più esperti e la Suzuki decise di ingaggiarlo nel 2003 affiancandolo a Kenny Roberts Jr.

Qui nel 2002, Hopkins alla guida della YZR 500 a 2 tempi

La Suzuki non si rivelò per niente competitiva e Hopkins terminò la stagione fuori dalla top-15, ma comunque davanti a Roberts. Stessa situazione nel 2004 con Hopkins sedicesimo in classifica con 45 punti. Risultato deludente ma in ogni caso migliore rispetto al 2003. Questo lieve passo in avanti è riconducibile all’utilizzo di pneumatici Bridgestone. Pur cambiando molto poco, nel 2005 la Suzuki si dimostrò più efficace e John chiuse la stagione con 63 punti (pareggiando il punteggio con il compagno squadra) alimentando le speranze per il 2006. Speranze che si concretizzarono in modo non esplosivo ma comunque convincente in quanto i punti alla fine della stagione 2006 furono 116.

John Hopkins in sella alla Suzuki

Visto il cambio di regolamento del 2007, la Suzuki sfornò una nuova moto 800cc che mostrò un discreto potenziale fin da subito e un pilota talentuoso come “Hopper” non poteva lasciarsi sfuggire questa occasione: riuscì finalmente a conquistare il suo primo podio in MotoGP in Cina con un terzo posto – risultato replicato a Misano e a Valencia – e riuscì anche ad ottenere un secondo posto in Repubblica Ceca. Alla fine dell’anno i punti racimolati furono ben 189 e gli valsero il quarto posto finale. Nonostante questa stagione soddisfacente, John decise di lasciare la Suzuki – forse stanco di aspettare una moto vincente – e si accasò alla Kawasaki.

Purtroppo l’americano non trovò mai un grande feeling con la moto di Akashi: infatti il 2008 fu avaro di soddisfazioni. A complicare la situazione si mise di mezzo la grande crisi economica che portò la Kawasaki a ritirarsi dalla MotoGP. Non avendo accettato di correre con una Kawasaki privata – come invece fece Marco Melandri – Hopkins si trovò appiedato e corse qualche gara in SBK nel 2009 per poi riapparire nel Motomondiale nel 2011 in sostituzione di Alvaro Bautista, fuori per infortunio. Avrebbe dovuto gareggiare anche in Repubblica Ceca e Malesia ma una brutta caduta avvenuta nelle prove del primo di questi due appuntamenti glielo ha impedito. Sempre nel 2011 corse l’intera stagione del campionato BSB in Gran Bretagna e disputò una gara del Mondiale SBK a Silverstone, dove firmò la pole position. Questo risultato lo aiutò sicuramente a trovare posto nel team Suzuki nella SBK Mondiale nel 2012, ma terminata la stagione annunciò che non avrebbe preso parte alla stagione seguente per cercare di riprendersi dai molti infortuni subiti.

Si chiuse così la carriera di John Hopkins, un pilota pieno di talento ma che per varie ragioni ha raccolto solo 4 podi nelle 7 stagioni in MotoGP. Oggi John cerca di dare un futuro ai piloti americani più promettenti attraverso l’American Racing Team che gareggia in Moto2 nel tentativo di riportare l’America nella classe regina del Motomondiale.

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