Villeneuve: dal non essere più “figlio di” al rispetto verso Schumacher, passando per la F1 odierna

Villeneuve: dal non essere più “figlio di” al rispetto verso Schumacher, passando per la F1 odierna

10 Aprile 2021 0 Di

Capita spesso che il mondo della Formula Uno altro non sia che uno specchio dell’anima grazie al quale i piloti, vedendo nel casco una maschera con cui affrontare la realtà senza alcun timore, mostrano al mondo la loro vera personalità. Così quel carattere istrionico, che tanto aveva reso Villeneuve capace di scindere la sua persona da quella del padre, sembra trovare ancora sede in lui. Egli, nonostante ad oggi per il mondo della Formula Uno sia solo uno spettatore, sembra avere le idee ben chiare riguardo ogni suo angolo.

Portare sulle spalle un peso più grande di te, da fonte di esaltazione, può diventare un’arma a doppio taglio, sublimando in un oblio dal quale l’uscita non è veloce tanto quanto l’entrata. Un buco nero nel quale, per entrarvici, a Jacques è bastato mettere piede nel motorsport col suo cognome: “Villeneuve”. Lo stesso cognome che, oltre dieci anni prima, riecheggiava negli autodromi sotto forma di grido nel rivendicare come i titoli siano superflui se, a perseverare nel tempo, è il ricordo del pilota e non le sue vittorie. Quel cognome che, unito al rosso della macchina guidata, occupa un posto fisso nei cuori dei tifosi, ma soprattutto nella loro memoria.

Così, da onore, quel “Villeneuve”, per Jacques, poteva essere un’ombra costante del padre, come se la prima vittoria da celebrare non fosse il gradino più alto podio, ma lo scrollarsi il titolo “figlio di”. Il mondo della Formula Uno è di per sé avvolto dalle tenebre, le quali non perdono alcun istante per tramutare ogni errore in cicatrice e ogni vittoria in una risalita sulla roccia a mani nude. Chissà quanto ardua è stata questa scalata per Jacques se il monte da risalire era l’Everest. Chissà come deve essere stato poi, nel 1997, toccare il cielo con un dito per salutare il padre poiché, una volta per tutte, era riuscito a scindere Jacques da Gilles.

“L’etichetta di “figlio di” l’ho tolta gradualmente: prima con il successo a Indy, ma soprattutto con quello in F1. Finalmente hanno iniziato a vedere due persone, prima ne vedevano una sola”.

Già, finalmente.

Una persona non muore mai finché vive il suo ricordo.

Jacques l’ha capito nel momento in cui, guidando la Ferrari col quale Gilles aveva affiancato Scheckter nella vittoria del titolo, aveva rivisto il padre nell’abitacolo. Sapeva bene che quel fotogramma sarebbe scomparso non appena levatosi il casco, così egli decise che il modo migliore di utilizzare quei secondi in cui percepiva ancora vicino a sé la figura paterna fosse guidando. Stessa Ferrari, Villeneuve diverso.

“Stupendo guidare la Ferrari 312 T4. Mi sono immaginato lui che si sedeva dentro per la prima volta, guardando quella tecnologia avanzata per l’epoca. A me sembrava vecchia, pericolosa, per quanto fosse divertente da portare. Girando cercavo di capire che cosa passasse nella testa di papà”.

Jacques Villeneuve alla guida della Ferrari 312 T4 del padre

La stoffa del campione si misura in relazione all’avversario col quale ci si fronteggia. Poteva Jacques scegliere un rivale qualunque se ad aspettarlo c’era colui che da lì a qualche anno si sarebbe imposto come l’incarnazione di questo sport? La risposta è no, Jacques era destinato a diventare qualcuno e l’unico modo di farlo era battere Michael Schumacher.

Come un bambino quando gli si ruba la palla, il titolo del 1997 sembrava essere qualcosa che entrambi i piloti sentivano proprio. Si sa però che il destino è un brutto amico, il peggiore oserei dire. E, proprio quando la tua megalomania sceglie di contrastarlo volendo essere fautrice delle tue stesse sorti, ecco che, quello che doveva essere l’affronto finale al tuo nemico, si trasforma nella tua condanna.

A Jerez nel 1997 si è visto forse il lato peggiore di Schumacher e quello migliore di Villeneuve. Un tedesco che, alla lucidità, ha preferito la supponenza di decidere lui stesso in quale curva vincere e come farlo. Un canadese che, ai piani decisi dal rivale, ha optato per dimostrare a tutti come l’ombra in cui aveva guidato non fosse all’altezza del suo piede, il quale non aveva ceduto neanche di fronte a una traiettoria che sembrava destinata a far terminare in quell’istante la sua gara.

“Come a scuola, c’è sempre qualcuno con cui non andrai mai d’accordo. Era uno scontro fra lupi, lui era il lupo più forte. Da battere. Aggiungeva valore al titolo, tanto. Michael, venendomi addosso [a Jerez], mi ha aiutato a vincere. Non posso essere arrabbiato”.

Jerez, 1997

Nonostante il suo ruolo, da protagonista, sia diventato quello di spettatore, il mondo della Formula Uno sembra aver sempre un posto nel cuore di Jacques. In particolare quest’anno, lo stesso Villeneuve sembra colpito dall’evoluzione delle sorti, le quali, l’anno scorso, sembravano aver già designato un futuro roseo per le frecce d’argento. È bastato un lampo color blu in un sabato pomeriggio a destabilizzare ogni ordine, sfumando ogni previsione apparentemente intramontabile.

“Il mondiale sarà tirato. La Red Bull ha una gran macchina, ma è abituata a stare davanti e si è fatta sorprendere in Bahrain, avevano la vittoria in tasca e sono riusciti a perdere. Anche Verstappen ha una pressione diversa, non può sbagliare”.

In casa Ferrari, lo stesso Jacques vede un evidente miglioramento della vettura, palesando come quest’anno, per quello che sembra essere il predestinato di Maranello, il problema più grande risieda, però, nel box accanto.

“Per Charles il vero pericolo è Sainz. Perché Carlos non è mai stato in una squadra così importante: si è costruito nel tempo, arriva con grinta ed esperienza, è abituato a confrontarsi con compagni veloci. È freddo, studia, può dare molto fastidio a Charles”.

Pochi sguardi e ancor meno parole. Così Villeneuve è riuscito a inquadrare la Formula Uno moderna: apprezzando i giovani, ma risparmiando i complimenti per quando le aspettative saranno sormontate dai risultati. Le ultime parole lui le riserva però per colui che, ad oggi, sta riscrivendo la storia di questo sport, Lewis Hamilton.

Per quanto in pista vi possa essere una rivalità, talvolta sublimata in un vero e proprio odio, passati gli anni non si può maturare che rispetto verso coloro che ci hanno fatto diventare ciò che siamo. Se Schumacher l’ha reso campione, Senna è stato ispirazione. Due titani che dagli anni ’90 sorreggono sulle proprie spalle questo sport, i quali lo stesso Jacques pone su un livello irraggiungibile, come se fosse destino che essi perseverino la loro insormontabilità nel tempo. Come se neanche le vittorie potessero far avvicinare Hamilton a ciò che Ayrton e Michael erano e sono per questo sport.

“Non lo so. Michael e Ayrton hanno vinto con macchine che non dovevano vincere, in situazioni complicate, senza il sostegno del team. Lewis invece ha sempre dominato con il mezzo migliore e con l’appoggio interno. Bisognerebbe vederlo senza queste due condizioni”.

+ posts