Fuoco e Formula Uno: due amanti destinati a ritrovarsi

Fuoco e Formula Uno: due amanti destinati a ritrovarsi

20 Marzo 2021 0 Di

Sia dannata quella volta che Dio ha donato il tempo agli uomini. Sia dannata perché essi, non scorgendone la fine, trattano ogni secondo come un battito d’ali fra tanti: troppo sfuggevole per essere vissuto e troppo infinitesimale per essere ricordato. Sia maledetto il secondo, il quale ha chiesto di essere rivendicato non a un Dio qualunque, bensì a quello delle corse.

Ciò che ami poi t’ammazza.

Tutte le storie d’amore dovrebbero iniziare con la consapevolezza che un sentimento, più è grande, più ha la capacità di essere motivo di vita e condanna stessa. Al cuor, purtroppo, non si comanda e tu, comune mortale, spiega a quei venti pazzi che ogni domenica, a sfidarli, c’è un nemico ben più temibile degli altri piloti. Un nemico invisibile, l’unico che non concede loro nessun margine di errore, il solo che non possono tentare di superare alla variante qualora non ci riuscissero nel rettilineo: la morte.

Folli. Così essi vengono giudicati dalle persone che non sanno cosa vuol dire essere schiavi della propria passione; da coloro che, nel proprio cammino, vanno avanti per inerzia, spinti da una vita alla quale non riescono a stare al passo. Io dico beati voi, piloti, che all’esistere avete scelto il vivere.

Ecco che alla frase “La Formula Uno non è uno sport”, in noi tifosi, a rispondere non sono le parole, ma la mente. Lei che, al solo udire tale profanità, è in grado di immergerci in storie aventi in comune solo il protagonista, il cui folle amore gli ha fatto scontare la pena di riuscire a percepire l’eternità di un secondo.

È una partenza qualsiasi in una domenica di gara qualsiasi. Quel 29 novembre ancora non sapeva che, di lì a una curva, sarebbe diventata una spada nel trafiggere il cuore di migliaia di tifosi. Nella televisione è bastato un attimo per far tacere ogni angolo del mondo. Un solo istante in cui gli occhi erano immobili su una chiazza rossa che, dal bordo dello schermo, cominciava pian piano a prendersi tutta la scena. Come se il fuoco, vedendo come l’ingenuità umana stava prendendo il sopravvento nel sottovalutarlo, volesse riappropriarsi del ruolo di protagonista, ricordando a tutti la vera natura di questo sport. Perché la verità è solo una ed è lei che, da quella fatidica notte in Bahrein, riecheggerà più forte di prima in ogni autodromo: Motorsport is dangerous.

28 secondi. Il tempo trascorso da quando Grosjean è riuscito a liberarsi dalle fiamme che fino a prima lo avvolgevano in quello che ha rischiato di essere il suo ultimo abbraccio. 28 secondi per noi, una vita intera per lui. Neanche mezzo minuto in cui il pilota francese ha iniziato e terminato un’altra esistenza: dalla visione della morte,  al salutare quest’ultima come una vecchia amica

Il Dio delle corse non si smuove mai per caso, evidentemente anche questa volta aveva individuato una causa degna di essere risolta: risvegliare i tifosi. Da troppo tempo essi erano assopiti dall’ingenuità nel seguire uno sport la cui natura era stata corrotta dal trascorrere degli anni, i quali sembravano avergli rimosso parte del suo stesso DNA, il pericolo. Ne è valsa la pena? Certo che no, racchiudere passione e morte nella stessa mano equivale a vivere imprigionati dal nostro stesso amore e ciò mai potrà essere giustificato. È servito a qualcosa? Sì, a farci vivere 47 anni in 28 secondi.

Gran Premio del Bahrain, 2020

È il 1973 quando Roger Williamson, alla sua seconda gara in carriera, rimane intrappolato in ciò che avrebbe dovuto salvarlo: l’abitacolo. L’auto si capovolge più e più volte, fino a terminare in un incendio che porterà con sé il pilota britannico. Nessuna delle altre auto, eccetto una, si ferma; tutte impassibili e rassegnate al proprio destino, continuano la loro gara. Disumane? No, realiste nel sapere che ognuno di loro ogni domenica affronta due gare: una contro gli altri piloti e una contro la morte. Williamson quel giorno aveva perso la seconda, e gli altri piloti da eccezione l’avevano già resa abitudine. Benvenuti nella Formula Uno, dove il caos regna sovrano e l’ordine è fuori luogo.

Gran Premio d’Olanda, 1973

Dovevano passare altri 3 anni prima che il fuoco tornasse prepotente sulle scene. A essere vittima non è un folle fra tanti, ma chi, alla follia, ha preferito la razionalità, fedele amica che, nella pioggia incombente sul Nürburgring, invano gli aveva fatto intravedere il nemico più grande. Se è vero che l’appellativo di campione lo si può assegnare misurandolo con la grandezza dell’avversario, allora possiamo affermare che Niki Lauda non è entrato nella storia, l’ha direttamente scritta.

È il primo agosto del 1976 quando la morte, povera illusa, sperava di vincere la prima battaglia contro l’austriaco. Insomma, dopo aver visto Lauda sconfiggere Hunt per un’intera stagione essa pretendeva di batterlo al primo tentativo? Da quel giorno l’austriaco dovrà tenere viva una guerra contro la morte fino ad un momento in cui a cambiare sarà proprio l’avversario. Improvvisamente il nemico diventerà la sua stessa vita. Lei che, se fino a prima sembrava per volerlo abbandonare, ora non riusciva a stare al suo passo. La vittoria definitiva avverrà 42 giorni dopo quel fatidico incidente, a Monza, incoronato di un quarto posto, che equivaleva all’aver vinto ben più di un alloro.

Gran Premio del Nurburgring

L’anno dopo ci fu una delle più grandi beffe del destino. L’incendio che, col pretesto di prendere un pilota, portò con sé, invece che lui, il suo compagno di squadra. Il fuoco divampato dall’incidente di una Shadow causò l’entrata in pista di alcuni commissari il cui estintore sarà destinato ad essere una ghigliottina per l’auto gemella rimasta in pista, quella di Tom Pryce.

Gran Premio del Sudafrica, 1977

Non c’è due senza tre, così l’anno successivo il fuoco non si accontentò più di una singola auto, avvolgendo direttamente il rettilineo di Monza. La Lotus di Peterson vide trasformarsi il muretto contro cui si scontrò in una nuvola di fiamme, la quale lo lasciò con una falsa speranza, quella di aver vinto la morte. Essa, se quel giorno sembrava aver dato tregua al pilota svedese, il colpo finale glielo diede dopo ventiquattro ore. Il fuoco si era preso così un’altra vita.

Gran Premio d’Italia, 1978

Illusi di esser riusciti a dominare il fuoco una volta per tutte, dieci anni dopo, esso tornò travolgendo Berger in quella curva che più volte si impossesserà del destino dei piloti, il Tamburello. Un cedimento strutturale e la conseguente perdita del carico aereodinamico, avevano reso inevitabile l’impatto dell’austriaco. Per la prima volta la Formula Uno poteva dire di aver finalmente domato il fuoco: la Ferrari era polvere, il pilota carne ed ossa.

Gran Premio d’Imola, 1989

47 anni nella nostra mente, 28 secondi nel resto del mondo. Grazie Bahrain per averci fatto capire cosa vuol dire vivere. Grazie per averci reso, anche solo per qualche istante, come quei piloti che ogni domenica tifiamo: impavidi di fronte a un destino causato da quella passione che sappiamo essere l’unica benzina nel motore del nostro corpo. Se di qualcosa bisogna pur morire, perché non farlo facendo ciò che fino a prima ci aveva fatto vivere?

Perché ora possiamo dirlo, vivere è occupare ogni secondo come un’intera esistenza. È rifuggire da un mondo in cui nessun posto sembra essere casa. È un continuo combattere per restare aggrappati a quella monotonia che, se prima sembrava volerci soffocare, ora appare come il solo rifugio. Il vivere non può essere spiegato, né capito e tantomeno giustificato.

I piloti vivono guidando e guidano per sopravvivere.

Drive to survive.

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