Andrea Moda: un team entrato nella storia dalla porta sbagliata.

Andrea Moda: un team entrato nella storia dalla porta sbagliata.

28 Dicembre 2021 0 Di Alberto Ghioni

Ripercorriamo oggi i passi di un team storico come l’Andrea Moda, che, ai più appassionati di Formula 1, non potrà che evocare dolci ricordi, per i motivi sbagliati. Pezzi mai arrivati, piloti licenziati, un patron dalle dubbie origini, ecco a voi il team più famoso della Formula 1.

Nella memoria dei fan della Formula 1 rimangono due tipi di team, quelli che lasciano un segno per i titoli vinti, le pole position ottenute, i fenomeni ingaggiati, e i team che invece collezionano solo brutte figure. Oggi, dopo aver parlato dell’HRT qualche tempo fa, andremo a parlare di un team che non può non far parte del secondo caso: l‘Andrea Moda F1.

Gli inizi

Tutto nacque dalla mente di Andrea Sassetti, imprenditore italiano proprietario dell’azienda che darà il nome al team: l’Andrea Moda, marchio di scarpe femminili di alta classe. Le origini di Andrea sono però estremamente umili. Attenzione però, non immaginatevi un fenomeno degli affari passato dalla povertà all’essere milionario. Secondo voci mai ufficializzate, infatti, sembra che i suoi averi provenissero da attività illecite, come mafia e gioco d’azzardo.

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Sassetti decise nel 1991 di provare ad investire nel mondo dell’automobilismo, partendo niente meno che dalla Formula 1, ritenuta un buon palcoscenico dove promuovere la sua attività. Per questo acquistò parte di materiale dell’uscente Coloni, accordandosi con la Judd, specializzata in motori per Formula 2. Per la costruzione della macchina Andrea si affidò alla Simtek Research, azienda di consulenze aerodinamiche, nata dalla secessione di alcuni soci con la March.

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La Simtek aveva appena terminato un progetto con BMW, creando un telaio, che mai vide la luce, per la stagione del 1990. Nick Wirth, titolare della azienda britannica, riprese questo progetto, lo adattò alle regole della stagione ventura e lo consegnò a Sassetti.

Le prime difficoltà e le prime tensioni

Questa consegna non avvenne nei tempi sperati, costringendo il team italiano a presentarsi al primo Gran Premio stagionale con due vetture provvisorie. Esse erano formate dal motore Judd e dal telaio della Coloni dell’anno precedente, probabilmente trovato da Andrea in qualche scatolone lasciato dal precedente team. I due piloti del team, Alex Caffi ed Enrico Bertaggia (entrambi mai passati alla storia della Formula 1), videro però la loro richiesta di iscrizione rifiutata dopo i pochi minuti trascorsi in pista nelle prove libere del giovedì.

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Il proprietario del team si era infatti rifiutato di pagare la tassa d’iscrizione destinata ai nuovi team, ritenendosi esente in quanto discendente naturale del team Coloni. Il debutto sembrava solo rinviato al Gran Premio del Messico, dove però altre difficoltà sorsero per il team di Perugia. Alcuni materiali non arrivarono in tempo dall’Europa, e la macchina non vide mai l’uscita dei box. Questo causò qualche discordia tra i piloti e le “alte” gerarchie del team.

Per questo, dopo vari litigi, entrambi i piloti furono licenziati in tronco, lasciando spazio a Roberto Moreno e Perry McCarthy.

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Il debutto tanto agognato

Si arrivò al Gran Premio del Brasile, con il team Andrea Moda che mai aveva preso parte ad una sessione ufficiale in Formula 1. Fortunatamente tutti i pezzi arrivarono in orario, e i piloti furono in grado di prendere parte al weekend in maniera regolare. I problemi però non sembravano finire, sia dal lato tecnico sia da quello burocratico.

Oltre una vettura non competitiva (Moreno non si qualificherà neppure, con un distacco di ben quindici secondi dall’ultima vettura qualificata), McCarthy non possedeva neanche la superlicenza e non poté correre per quel weekend. Ciò mandò su tutte le furie Sassetti, che non lo sostituì solo perché le regole gli vietavano di cambiare più di due piloti a stagione.

Nonostante ciò, l’imprenditore chiese al team di concentrarsi solamente su Moreno, lasciando McCarthy al proprio destino.

Una stagione zoppicante

Il team comunque ottenne la qualificazione solo in occasione del Gran Premio di Monaco, ritirandosi in gara dopo 11 giri per un problema al motore. Questo principalmente a causa di una macchina limitata e mai sviluppata a causa della mancanza di pezzi e personale: in alcuni casi Sassetti fu addirittura costretto a chiamare alcuni suoi dipendenti dell’Andrea Moda per sopperire alla mancanza di manodopera.

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A questo si aggiunsero molti problemi logistici ed alcuni problemi di liquidità: per il secondo caso il team si trovò senza propulsori nel Gran Premio del Canada, riuscendo a scendere in pista solo grazie ad un propulsore prestato dal team Brabham.

La ciliegina sulla torta fu messa durante il Gran Premio di Gran Bretagna, quando le macchine scesero in pista con gomma da bagnato, le uniche a disposizione del team, pur con pista asciutta.

La fine

Questo supplizio terminò grazie ad un mandato di cattura internazionale a carico di Sassetti, reo di aver erogato false fatturazioni. La polizia pignorò il materiale del team e la federazione lo squalificò a vita dallo sport, con l’accusa di averne danneggiato l’immagine.

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Qui si concluse l’avventura dell’Andrea Moda, iniziata sotto i peggiori auspici e terminata ancora peggio di quanto ci si aspettasse. Lo score della squadra è di tutto rispetto: 9 iscrizioni ad un Gran Premio, di cui uno solo disputato, 4 piloti messi sotto contratto, di cui due silurati in poco tempo ed una squalifica a vita dallo sport.

Insomma un team destinato ad entrare nella storia dello sport, ma dalla porta sbagliata.

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