Mick Schumacher: mi manda papà

Mick Schumacher: mi manda papà

23 Gennaio 2021 0 Di Ivan Mancini
Tempo di lettura: 2 Minuti

“Certi amori non finiscono / Fanno dei giri immensi / E poi ritornano” cantava Antonello Venditti nel lontano 1991. Riflettendo sul significato di queste parole, possiamo notare come Venditti riassuma in maniera essenzialistica un comportamento che si ripete con molta costanza nel mondo della Formula 1, ovvero la presenza dei “figli d’arte”.

Graham e Damon Hill, Gilles e Jacques Villeneuve, Keke e Nico Rosberg, Jos e Max Verstappen, Jack e David Brabham: questi, solo per citarne alcuni, i cognomi  che riescono ad unire generazioni di tifosi, facendo emozionare alla stessa maniera i veterani e i più giovani, che si sono avvicinati da poco al mondo della Formula 1. Ma la lista sarebbe più grande se considerassimo anche altri rapporti di parentela (ad esempio zio-nipote, come visto con Ayrton e Bruno Senna), oppure se considerassimo personaggi che nella massima serie hanno raccolto poco, ma che hanno lasciato ugualmente il segno (Jan e Kevin Magnussen, Jonathan e Jolyon Palmer).

Di padre in figlio: Gilles e Jacques Villeneuve

Mick Schumacher, dunque, non è né il primo, né tantomeno l’ultimo caso in cui la velocità e l’adrenalina per le corse si sono trasmesse geneticamente di padre in figlio. Ma quando al suo nome viene automaticamente associato quello di suo padre – l’uomo delle imprese, che ha distrutto ogni record possibile ed immaginabile, che ha scritto pagine e capitoli dell’automobilismo moderno, che ha riportato il titolo iridato a Maranello dopo 21 anni di astinenza, facendo battere il cuore di milioni di ferraristi in tutto il mondo, che per anni ha rappresentato il modello da emulare o l’avversario da superare o lo sportivo da idolatrare – allora tutto assume un alone leggendario, e anche chi di Formula 1 ci capisce ben poco, perché ne ha sempre sentito parlare al bar o dagli amici, si renderà conto che questo legame vale più di mille parole.

Suzuka 2000: l’inizio di una nuova era

La passione per i motori, in Mick Schumacher, risale ai primi anni di infanzia: non poteva che essere altrimenti, considerando che, all’età di 4 anni, Schumi aveva già conquistato il suo sesto titolo mondiale e si apprestava ad entrare nella storia della Formula 1 come il pilota più vincente di sempre, prima che Hamilton lo eguagliasse con le Frecce d’Argento.

Michael e Mick Schumacher nel 2003

Ed è proprio questa passione – unita alla volontà di seguire le orme paterne, rafforzatasi in seguito al tragico incidente sugli sci risalente al 2013 – ad aver animato Mick in quella strada fatta di sacrifici, impegno ma soprattutto tanta gavetta, che l’ha portato dai campionati di karting nel 2011, dove correva con il cognome della madre per rimanere in incognito, fino alla Formula 1 nel 2021: dieci anni di continuo cammino passando per tutte le categorie propedeudiche (Formula 4, Formula 3, Formula 2) fino ad arrivare ai vertici dell’automobilismo, dove “giocano” i più forti.

Mick Schumacher nel 2011

Schmacher e Formula 1: un binomio che nei tifosi della Rossa rievoca momenti felici, duelli mozzafiato in pista, gocce di champagne sulla folla delirante, trombe da stadio assordanti e caroselli con le automobili. La possibilità di rivivere questi momenti non è una sicurezza – d’altronde nessuno conosce il futuro e ognuno è artefice del proprio destino – ma una cosa è certa: Mick ha voglia di divertirsi e di dimostrare al mondo di aver ereditato dal Kaiser anche il talento, oltre che il cognome. Ad maiora, Mick!

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