Non ci sono limiti ai sogni, perché se puoi sognarlo, puoi farlo; soltanto una cosa li rende impossibili: la paura di fallire. Chiedi ad un ragazzo di 18 anni appassionato di Motorsport qual è il suo sogno. Ti risponderà sicuramente guidare una Ferrari.
Caro diario, oggi ti racconto una storia. La storia di un ragazzo di 18 anni, il quale percorso si è intrecciato magicamente con il percorso di un’automobile rossa. Rossa come la disegnerebbero tutti i bambini. Una storia che mai avrei pensato di poter raccontare così tanto presto, grazie ad una serie di circostanze, grazie ad un’allineamento di pianeti. Questa, caro diario, è la mia storia.
Ancora adesso non so se questo sogno sia realmente avvenuto o se io stia dormendo; ma, qualora lo stessi facendo non svegliarmi, perché è tutto così bello. Se è un segno del destino, lascia che esso faccia il proprio dovere. Tu ci credi nel destino? Io credo nelle favole: e allora, caro diario, lasciami godere questa favola emozionante.
Papà mi ha fatto sedere su un kart per la prima volta nell’età in cui di solito gli altri bambini cominciano a sognare di diventare calciatori, astronauti, medici e maestre. Io no, io volevo diventare un pilota di macchine da corsa. Fin dal primo momento che hanno acceso quel piccolo motore montato su 4 ruote, fin da quando ho potuto sentire quella musica ho sempre avuto questo sogno; e allora mi sono impegnato giorno dopo giorno, con il caldo e con il freddo, con il sole e con la pioggia solo per raggiungere questo sogno. Finché, all’età di 8 anni, ho trasformato la mia passione in un obiettivo, e l’obiettivo in un lavoro. Ho vinto, ho vinto tanto ma ho anche perso senza mai mollare…e sono arrivato qui.

Sono arrivato qui a Jeddah con la voglia di recuperare ciò che non ho fatto a Sakhir e ciò che l’anno scorso mi è stato tolto da Theo. Quest’anno deve essere il mio anno in Formula 2, quest’anno devo vincere. Ho fatto la pole, ho battuto tutti e mi sono svegliato la mattina pronto a dare il 101% e provare a massimizzare la Sprint Race; mentre mi preparavo però, caro diario, ho ricevuto la telefonata di Frédéric: “oggi e domani corri con noi Ollie. Preparati.” ha detto. Papà è stato il primo a saperlo ed era più felice di me: è come se tutto il duro lavoro che negli ultimi 10 anni ha fatto per me sia stato ripagato, e tutto questo lo devo soprattutto a lui.
Sono salito sull’auto rossa, l’auto dei miei sogni e sono sceso in pista. Non ho guidato con le mani, con il cervello…ho guidato con il cuore. Con il cuore di chi sa di essere fortunato, di chi sa di essere unico al mondo. Ogni curva era dolce come le onde dopo una tempesta, ogni marcia era armoniosa come una nota di una canzone. Più guidavo, più salivo di giri, più acceleravo e più mi batteva il cuore proprio come il primo bacio: è proprio qui, caro diario, che ho capito di aver inseguito il sogno giusto…che ho capito quanto è bello baciare l’asfalto con quest’auto rossa.
Sai, io non ho vissuto tanti primi giorni di scuola, ma ho avuto l’impressione che le emozioni siano state le stesse. Nuovi compagni, nuovi professori, un ambiente molto più grande e lo stesso traguardo da raggiungere per tutti gli studenti: laurearsi Campioni. Non ho mai avuto la possibilità, come tutti i bambini “normali”, di vivere tanti primi giorni di scuola, ma questo ne vale 100. Come un cambio dalla materna alle medie, dal liceo all’università: è tutto più grande e bisogna adattarsi.

Il momento in cui ho capito la grandezza di ciò che stavo vivendo è stato, forse, solamente il momento in cui ho messo piede nella griglia di partenza prima della gara. Di prove libere ne avevo già fatte in F1 con la Haas e di qualifiche ne ho fatte tante in questi anni; ma questa griglia no, non l’avevo mai vista né vissuta. Le sensazioni che ho provato con tutta quella gente vicino sono quasi indescrivibili: un misto tra emozione e commozione, mascherati dalla voglia di far bene e di far parlare di me.
Quando abbassi la visiera però, caro diario, non c’è più posto per le emozioni: c’è posto solo per il respiro nel casco, che si fa via via più pesante. Via i pensieri, quelli valgono zero. La gara parte, non pensi più a niente. La gara parte e ti accorgi di aver coronato il sogno di una vita, il sogno che hai sempre rincorso. Sai, non pensavo di poter andare così bene, ma forse era destino. Tutto era così magico, tutto così perfetto, come doveva andare.
“Non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta” diceva sempre mio papà quando sbagliavo e facevo errori. Ho ripetuto questa frase dentro di me un migliaio di volte e ho lottato sopra il dolore. Il dolore era tanto, il collo mi chiedeva di fermarsi, non sono abituato. C’era solo un opzione, solo l’opzione di sopportarlo e appoggiarsi il più possibile. L’adrenalina pure era tanta e non mi ci ha fatto pensare: l’unica cosa a cui pensavo, l’unica cosa che speravo era che quel momento non finisse più, che quella bandiera a scacchi non arrivasse mai.
Alla fine della gara avevo male dappertutto: schiena, spalle, collo. L’unico pensiero però era andare da papà. L’ho abbracciato: non ci siamo parlati. L’ho abbracciato, e in quell’abbraccio erano racchiuse tutte le parole. Non era necessario parlare, ci siamo capiti. Abbiamo capito davanti a cosa eravamo di fronte. E si, spero di averlo reso felice tanto quanto lo ero io.
Caro diario, io non voglio che tutto ciò, almeno per ora, abbia una fine. Perciò lasciamo delle pagine bianche dopo questa storia, lasciamo delle pagine da scrivere. Perché questa storia è ancora tutta da scrivere, ancora tutta da realizzare e ancora tutta da sognare: non c’è fretta di viverla. Solo io e una macchina rossa, come nei migliori sogni: solo io e una Ferrari.
La dedico a te questa prima volta, Papi.

- RM, 01/2007
- F2, F3 & F4

