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Gilles, piccolo canadese dal coraggio infinito

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Gilles Villeneuve ci ha lasciati 42 anni fa, eppure oggi resta il ricordo immortale di un pilota che correva per emozionare ed emozionarsi.

“E quando mi si è presentato davanti, questo piccolo canadese, questo minuscolo fascio di nervi che io ho paragonato, nella sua struttura fisica, al grande Nuvolari, ho detto: tentiamo”. Enzo Ferrari.

Ma facciamo qualche passo indietro…

C’era una volta, in un paesino innevato del Québec, un ragazzino che si divertiva a girare in motoslitta. Si chiamava Gilles Villeneuve. Era minuto, timido e dall’aspetto gentile e puro. Non sapeva cosa fosse la paura, amava la velocità e il rischio, questi erano i sintomi della febbre Villeneuve. Qualsiasi cosa avesse un motore a lui bastava. Vinse le sue prime gare in sella ad una motoslitta, passando poi alle quattro ruote. Nel 1973 comprò la sua prima auto da corsa con i soldi guadagnati nelle gare in Canada, dove sulla neve aveva avuto successo.

Iniziò a scrivere la sua storia facendosi strada nelle categorie minori, lasciando il suo nome ovunque passasse, fino ad arrivare in Formula 1 con la McLaren nel 1977. Gilles non si limitava a guidare, portava la vettura al limite e spesso quel limite lo superava, proprio come piaceva ad Enzo Ferrari.

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Toccare il cielo con un dito

È il 1977 e siamo a Maranello. Enzo Ferrari chiamò il giovane canadese di cui tutti parlavano per studiarlo, per rimpiazzare Lauda, voleva che corresse per lui. C’era scetticismo tra gli uomini del Cavallino e tra i tifosi che non lo consideravano all’altezza di essere il successore di Niki. Ma ad Enzo non importava, voleva lui.

“Perché prendere uno straniero – chiedevano in continuazione a Ferrari – quando in Italia ci sono così tanti giovani promettenti?” “Quando saranno pronti avranno la loro occasione” rispondeva il Commendatore. Gli piaceva scommettere, cercava il talento da dietro i suoi occhiali scuri. E Gilles aveva tutto ciò che Enzo Ferrari cercava.

Bastò un nulla a quel ragazzino sconosciuto per convincere tutti. Chiunque si innamorò di Gilles. Arrivava dritto al cuore delle persone, portava la macchina al limite. Viveva con il volante tra le mani e il piede destro premuto sull’acceleratore come se fosse l’ultimo giro, l’ultima curva. Voleva solo correre, Gilles. Del resto non gli interessava poi molto. Ti faceva toccare il cielo con un dito. Quel cielo che pochi anni dopo toccò anche lui.

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A Zolder nel 1982 il tempo e il cuore di molte persone si fermò. Se ne andò volando, Gilles, catapultato fuori dalla sua monoposto senza casco. Quel ragazzino minuto, sconosciuto e straniero che nessuno voleva ma che poi tutti hanno amato, lasciò un vuoto incolmabile. Devastato dalla perdita Enzo Ferrari disse solo: “Gli volevo bene”. In quegli anni il Drake aveva stretto un rapporto speciale con Gilles. Con le lacrime agli occhi, confidò di non volersi mai più affezionare ad un pilota, Gilles fu il primo e l’unico.

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Un pilota mai dimenticato, un uomo dall’animo puro che è riuscito a far ammalare i tifosi della sua guida, del suo modo di dominare l’asfalto. Meno di un metro e sessanta per 50 chili di nervi e fasci, ma così grande al punto che la febbre Villeneuve, anche dopo quarantadue anni, non è ancora passata.

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