Jody Scheckter: campione del mondo non per caso.

Jody Scheckter: campione del mondo non per caso.

24 Febbraio 2021 0 Di Eleonora Rigato
Tempo di lettura: 8 Minuti

La storia di un pilota che ha reso la propria vita sportiva una toccata e fuga. Una fuga prima della quale egli ha preso, oltreché i soldi, il titolo mondiale. L’ultimo titolo vissuto da Enzo Ferrari.

Jody non era un campione come gli altri.

Lui non era veloce, era spettacolare. Per lui la carriera in Formula Uno era una vita fra le tante vissute, non ciò per cui sacrificarla. Lui, quella sfrontatezza che tanti riconoscono come la propria miglior dote, ha avuto il coraggio di trasformarla in calma e ordine. Per lui, l’aver dato forma al proprio sogno, è stato solo il biglietto di uscita da ciò che si è reso conto essere una carneficina.

L’officina del padre, fin da piccolo, gli ha permesso di capire come i rumori dei motori sarebbero ben presto diventati musica di sottofondo.  E, come un lampo a cui basta un secondo per impadronirsi di ogni frammento del cielo, così Jody, in 12 anni, da un angolo remoto in Sudafrica, si è ritrovato sul tetto del mondo, con a fianco non una macchina qualunque, bensì una Ferrari. Quella Ferrari che, insidiata nella mente dei piloti, più che un sogno, è un’ossessione. Quella Ferrari che pochi riescono a guidare e solo i prescelti riescono a portare alla gloria.

Per Scheckter la Ferrari era sempre stata come un’amica. Una di quelle amiche con cui ti senti più volte per decidere dove e quando trovarsi, poiché, che prima o poi vi sia un appuntamento, è scontato.

Nelle Formule minori le sue doti avevano avuto la meglio su una macchina mai all’altezza e, senza perdere tempo, ha firmato con la McLaren. Un contratto questo che, pur appagandolo, non lo saziava. Anzi, proprio l’irrequietezza con la quale ha concluso la trattativa, dopo averlo lacerato dai rimorsi, da ingenuo riguardo all’ambito economico, lo farà diventare il miglior affarista di sempre. La McLaren, intuendone, ma non capendone il potenziale, aveva offerto a Jody, avendo entrambi i sedili occupati, solo qualche gara a stagione. Nessuno avrebbe potuto immaginare che, poco dopo la firma la contratto, a presentarsi dal sudafricano, sarebbe stato Montezemolo, inviato da colui che i talenti, prima di scoprirli, li ha fabbricati.

1973: Terza gara di Scheckter in Formula Uno. Egli è alla guida di una McLaren e, alle spalle,non ha alcun risultato degno di nota per la categoria regina.  Alla sua terza gara Jody vuole essere ricordato e lo fa con la stoffa del pilota che, pur non essendo ancora nessuno, prende per mano i suoi sogni e va a sfidare un campione del mondo.

Quarantaduesimo giro del Gran Premio di Francia: Fittipaldi prova ad attaccare il leader, fino ad ora incontrastato, Scheckter. Ma si sa, fra i due contendenti il terzo gode; quell’attacco divenne la fine del Gran Premio per entrambi. Il brasiliano non perse tempo per ricordare a Jody chi tra i due fosse il campione del mondo e che, solo per tale ragione, non andava neanche lontanamente ostacolato.

“Hai avuto quarantadue giri per superarmi, non ci sei riuscito”.

Ecco come poche e semplici parole, possono far capire al mondo che sei già qualcuno.

Jody Scheckter, Niki Lauda, Emerson Fittipaldi

Prima di essere un pilota, Scheckter era un uomo. Ciò lo si vedeva nell’irruenza che non sempre faceva prevalere la testa nelle decisioni, come quando, alla sua quarta gara, a Silverstone, un sorpasso ottimista lo rese responsabile dell’uscita di nove auto. Ciò però lo si vede ancor di più nella genuinità e timore di chi, sentendosi colpevole, all’affrontare la stampa e nove piloti presi dall’ira, opta per correre più lontano possibile dal circuito e dal timore che una fama possa precedere una carriera.

La Tyrrell, oltre ad aprirgli le porte della Formula Uno, gli aprì gli occhi su quella che è la vera natura di quello sport. Egli si accorse che, dando tutto se stesso, il sogno di diventare campione del mondo lo poteva sfiorare, toccare, ma mai afferrare. Jody decise così di cambiare il suo stile di guida: una volta abbassata la visiera pensiero della vittoria non doveva mai mollare la presa al ragionare. Egli sacrificò così se stesso, ma solo dopo aver capito che campioni non si diventa mai per caso.

Jody Scheckter sulla celebre Tyrrell a sei ruote

Più metteva a nudo la sua anima per guardare a uno a uno i suoi difetti, più a venire a galla era anche la consapevolezza di una verità dura da accettare per i piloti: l’essere mortali.

A fargli capire come persino il Dio delle corse sia impotente di fronte ad un incancellabile destino è bastato un semplice fotogramma.

Una Tyrrell, come quella che da lì a poco avrebbe guidato, era diversa dalla sua, oltreché per il numero, per il fatto che in pista ve ne era solo metà. L’altra metà era incastrata dentro il guardrail, al quale è bastato un attimo per passare da scudo a ghigliottina. Invano Scheckter raggiunse Cévert, che, da compagno, era diventato l’unico ricordo non più in grado di riaffiorare nella mente di Jody. Una mente che si rifiuta di far combaciare passione e morte o, meglio, sa che quell’attimo, più che nella testa, Scheckter lo conserva come una parte di sé.

“Quella è certamente stata la volta che ho realizzato davvero che potevo morire anch’io. Non avevo mai visto un uomo morire e ora lo vedevo con chiarezza, ed era un mio amico, uno vicino a me, il mio prossimo compagno di squadra.”

L’incidente fatale di Cévert a Watkins Glen

Ogni anno la Ferrari richiedeva di parlare con Scheckter, ma vi era sempre qualche accordo che non consentiva alle loro strade di congiungersi, o almeno fino a quando, a scendere ai patti, non fu il Grande Vecchio.

“Sono troppo giovane per parlare di soldi”, ecco la risposta del sudafricano ad un Enzo Ferrari che sperava di portarlo a sé forzando sul denaro. Il Drake, meglio di Jody, sapeva che quelle parole, come sabbia al vento, sarebbero volate via con un’offerta che, unita al guidare l’auto rossa, risultava irrifiutabile.

1979: la Ferrari schiera la coppia Scheckter-Villeneuve. Una coppia che Ferrari, vedendo come entrambi avrebbero fatto della propria audacia la predestinazione a un titolo, sperava di rendere realtà ciò che aveva detto  a Lauda dopo il suo addio: “La Ferrari tornerà a conquistare il Mondiale prima di te”. E così sarà…

“Devo ammettere che avere Gilles come compagno di squadra mi ha probabilmente spinto a tirare fuori il meglio di me. Avevo un contratto da prima guida, ma dopo quelle prime gare con Gilles che ne aveva vinte due, mi sentivo superato”.

Jody, meglio di chiunque altro, sa che solo dalle proprie ceneri le fenici rinascono; così, alla terza gara in stagione, a Zolder,  arrivò la prima vittoria in rosso. Era evidente che l’avversario più temibile per i piloti Ferrari era quello del box accanto.

Scheckter capii come per Gilles il voler essere “il più veloce”, da virtù, sarebbe stata la condanna, e così fu. 3 vittorie, 3 secondi posti e 4 quarti posti, la prova di come vincere la battaglia sia vano se poi non si vince la guerra. Quei piazzamenti che a Jody fecero vincere il titolo, a Ferrari fecero gustare la vittoria a metà.

Da una parte vi era il dolce per aver dimostrato che l’eternità della gloria risiede nella sua macchina e non nei piloti. Dall’altra parte vi era l’amaro di essersi reso conto di come il sudafricano avesse reso la caparbietà  una freddezza e lucidità tali da fargli vivere un déjà-vu: “Avevo preso Scheckter perché mi sembrava uno con il coltello sempre tra i denti e invece mi sono ritrovato un altro Lauda…”

Podio del Gran Premio d’Italia 1979: doppietta Ferrari

A fare da scenario per l’incoronazione di Jody ci fu Monza, che, per l’ultima volta, stabilirà le sorti del titolo. Ad oggi sembra come se l’Italia volesse porre, per quella che risulterà l’ultima volta, la corona sul mito che lei stessa ha creato, quel mito in cui il senso di patriottismo ha reso possibile rendere “Ferrari” una religione.

Al Drake interessava solo aver vinto, non importava con chi, per di più se, i rapporti col detentore del titolo, era stati gelati dall’opporsi del pilota nel correre a Imola, il circuito dedicato al figlio Dino.

Vana è stata la stagione del 1980 per uno Scheckter che sapeva di aver raggiunto il massimo. Meglio, il senso di morte era qualcosa che non gli sfuggiva più, che percepiva fin troppo vicino a sé. Egli aveva ancora troppe vite da vivere per sacrificarle girando intorno a una pista.

Aveva un sogno e ne ha realizzato sempre uno in più. Voleva comprare un kart ed è finito a guidarlo. Desiderava non sentirsi inadatto alla Formule minori e si è ritrovato su una Formula Uno. Voleva vincere ed è diventato Campione del mondo. Ambiva all’essere qualcuno ed ha portato a Ferrari il suo ultimo titolo.

Perché continuare quando hai tutto da perdere e nulla da vincere?

Scheckter e Forghieri a Monza 2019 per festeggiare il 40esimo anniversario dal titolo

All’inizio del 1980, ancora prima di provare quella che Forghieri considererà la sua peggior macchina, arriva l’annuncio del ritiro dalle corse, a cui seguiranno diverse proposte, trascuranti che quando Scheckter decide una cosa non torna mai indietro.

Così si conclude la sua prima vita, con 10 vittorie e un Mondiale.

La seconda inizia invece col fabbricare e vendere armi ai militari in America, perché, come detto da lui stesso, “i militari diffidano dai commercianti, ma guardano di buon occhio uno che ha rischiato la pelle a 300 all’ora”.

La terza vita comincia con un numero di figli in continuo aumento e un’azienda in Inghilterra dove, dopo esser stato cultore della biodiversità, produce cibi, salumi e vini.

Ora Jody Scheckter è in attesa di iniziare la sua quarta vita.

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