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Ferrari e la paura di azzardare. Così non si vince un mondiale.

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Il Gran Premio d’Ungheria ha messo ancora una volta a nudo una mancanza di aggressività da parte della Ferrari per quanto riguarda le scelte strategiche e non solo.

Il ritorno del mondiale a Maranello dovrà attendere. In quello che sembrava l’anno giusto per riportare un titolo che mancava dal 2007, la Ferrari si è ritrovata fragile nonostante quella che – dati alla mano – è la miglior vettura della griglia.

Tra errori dei piloti (due a testa), problemi di affidabilità e disastri strategici, la Ferrari affronta la pausa estiva con più preoccupazione nel confermare quantomeno la seconda posizione. La Red Bull è ormai lontana, mentre Mercedes sta ritornando ed è pronta ad attaccare la Rossa dopo la sosta. Un risultato, quello di metà stagione, che certifica il fallimento rosso. Nonostante una vettura impressionante.

Mettendo da parte i problemi di affidabilità, che ci possono stare visto il regolamento che porterà al congelamento delle power unit, quello che non scende giù a tifosi e non è il continuo non imparare dagli errori. Ma inventarne di nuovi.

L’ennesima strategia sbagliata in Ungheria certifica una mancanza di aggressività nella scelta, una pressione costante e una maledetta paura di sbagliare da parte del muretto. Tutte emozioni che, in frazioni di secondo, possono risultare fatali. A maggior ragione quando tra la tua vettura e la seconda miglior vettura passa solo qualche decimo di differenza.

Il Gran Premio d’Ungheria ha messo ancora una volta a nudo una mancanza di aggressività da parte della Ferrari per quanto riguarda le scelte strategiche e non solo.

Non sarà un caso che una delle poche strategie giuste è arrivata in Austria, dove la F1-75 era di gran lunga la più veloce in pista e dove il margine di errore poteva essere comunque recuperato in pista.

Mancanza di aggressività recita il titolo. La paura di azzardare. Ma dove la Ferrari ha avuto paura di azzardare? Paura di rischiare? La lista è lunga e comincia a stancare.

Partiamo da Miami, dove Ferrari non si prende il rischio di azzardare una sosta sotto Safety Car nelle fasi finali per provare ad attaccare un Verstappen che, a parità di gomme, riusciva a generare una maggiore velocità di punta. In quell’occasione, Perez si fermò e solo un problema alla power unit non gli impedì di completare la doppietta Red Bull.

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Da Miami si passa a Monaco, dove si ripresenta quella paura di prendere rischi e di basare le proprie gare sempre su quelle degli altri. L’unica decisione che il muretto Ferrari sa prendere è sempre quella di marcare i suoi avversari. Anche in una pista in cui la track position è sacra. Si passa da un’ipotetica doppietta Ferrari ad una P2 e una P4.

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La paura si ripresenta a Silverstone. Differenziare, quasi sempre, al fine di poter indovinare almeno una strategia. Questione di mentalità e di contraddizioni. Perché in Ungheria si poteva differenziare al via, mettendo uno dei due piloti con le soft. Ma Binotto aveva paura di “favorire uno dei due piloti”. Un problema che a Silverstone non si era presentato. Un problema che non si è presentato nemmeno in gara in Ungheria. Un problema che esiste solo nella testa di Mattia Binotto.

Il Gran Premio d’Ungheria ha messo ancora una volta a nudo una mancanza di aggressività da parte della Ferrari per quanto riguarda le scelte strategiche e non solo.

Un Mattia Binotto che prima punta ad una doppietta e che poi va a fare muso duro in televisione. Che non è capace di ammettere un errore. Che nel 2021 dice non prendetevela con la macchina. Che nel 2022 dice che è colpa della macchina. Che magari nel 2023 dirà che gli asini hanno imparato a volare.

C’è la paura di prendersi i rischi, di azzardare. Anche quando – punti alla mano – avevi più di 60 punti di ritardo. E non hai più nulla da perdere. Se non la dignità. Ma quella, gara dopo gara, sta pian piano svanendo.

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