Lo so, non ti ho mai visto correre Ayrton.
Eppure, ogni anno, il primo maggio non è un giorno come gli altri.
In Italia è la Festa dei Lavoratori, lo era anche quel giorno, quella domenica del 1994 a Imola.
Non ero ancora nato, ma di quel giorno mi hanno parlato e l’hanno fatto non come si racconta una corsa, una domenica di sport.
Ma come si racconta un dolore, un vuoto, un silenzio che è rimasto appeso dentro casa, dentro gli occhi di chi ti aveva amato.
Tante persone, se chiedi loro dove si trovassero il 1° maggio del 1994, se lo ricordano: ricordano quella voce rotta dei telecronisti, quell’atmosfera surreale che si respirava da casa così come in circuito. Indelebile, negli occhi di chi l’ha vissuto in diretta, quell’immagine del casco giallo fermo, quella curva maledetta e il tempo che sembrava sospeso.
Non era solo un pilota che se ne andava.
Era un sogno, un simbolo, una fiamma che sembrava non potersi spegnere. Ayrton era quella leggenda vivente che no, non poteva andarsene.
Mio papà mi ha parlato di te come si parla di un mito: “Senna era diverso”, mi ha detto.
Aveva qualcosa negli occhi, qualcosa che andava oltre i secondi, le pole position, i trofei.
Era velocità, sì, ma anche fede.
Era rabbia, ma anche dolcezza.
Era umano, dannatamente umano, in un mondo che correva troppo per accorgersene.
Dicono che con la pioggia diventavi invincibile, che danzavi sull’asfalto come se tu e la macchina foste una cosa sola e che, quando guidavi, sembrava che il mondo intero rallentasse, per lasciarti passare.
Io ho potuto rivedere le tue gare, quelle imprese che solo tu potevi fare. La vittoria a Donington nel ’93 sotto il diluvio, la vittoria nella tua gara di casa, con quel cambio che aveva deciso di rovinarti per l’ennesima volta la festa in casa tua, ma che non è riuscito a fermarti.

Quel primo maggio io non c’ero. Però so che quel giorno la pista ha smesso di parlare e il mondo della Formula 1 ha perso il suo eroe.
Il Brasile ha perso un figlio.
E tanti padri, tante madri, hanno pianto davanti a un televisore come si piange per qualcuno di famiglia.
Chi lo avrebbe mai detto? Che un uomo con un casco giallo potesse entrare così tanto nelle case da restarci per sempre.
Io Senna non l’ho visto. Ma l’ho sentito.
L’ho sentito nelle lacrime di chi c’era, nel tremore delle voci ogni volta che il suo ricordo torna a galla e in quei silenzi che ancora lasciano un nodo in gola.
C’è un pezzo della mia generazione che ha ereditato quell’amore incondizionato, pur senza viverlo.
Lo abbiamo ricevuto come si riceve qualcosa di sacro, come si riceve un racconto attorno a un focolare, come una leggenda che non muore mai.
E allora oggi, come ogni primo maggio, anche se non ti ho mai visto correre, ti dico solo questo:
Ciao Ayrton.
Ci manchi, anche a chi non ti ha conosciuto.
Perché alcuni uomini non smettono mai di correre. Nemmeno quando il tempo si ferma.


