Con le recenti dimissioni di Oakes e l’arrivo di Briatore, Alpine cambia per la quarta volta in tre anni: un segnale di profonda instabilità gestionale.

In tre anni, Alpine ha cambiato quattro team principal. Un dato che da solo basterebbe a raccontare l’instabilità che aleggia sul team francese, incapace finora di trovare una linea dirigenziale solida e coerente.
L’ultimo scossone è arrivato pochi giorni fa: Otmar Szafnauer prima, poi Bruno Famin e infine Oakes, che si è dimesso lasciando spazio al ritorno di Flavio Briatore in un ruolo chiave. Una girandola di nomi che solleva interrogativi sulla visione a lungo termine della scuderia e sulla sua reale capacità di costruire un progetto vincente in Formula 1.
Alpine, servono basi solide prima dei piloti
In Formula 1 non basta schierare due buoni piloti per puntare in alto: serve una struttura tecnica e dirigenziale solida, coesa e soprattutto stabile. È proprio ciò che manca ad Alpine, dove i continui cambi al vertice — spesso avvenuti nel pieno della stagione — alimentano un clima di confusione e incertezza.
Ogni nuovo arrivo porta con sé una diversa visione, nuovi metodi di lavoro e strategie che finiscono per sovrapporsi, lasciando il team in balia di un’identità che non riesce a definirsi. Senza una direzione chiara e coerente, è difficile costruire qualcosa di duraturo, ed è proprio su questo fronte che Alpine sembra in costante difficoltà.

Tra passato e polemiche: Alpine si affida a Briatore per ritrovare se stessa
Diciassette anni dopo, Flavio Briatore torna al timone di una scuderia di Formula 1, proprio quella Alpine che, sotto il nome di Renault, lo aveva visto protagonista di alcune delle sue stagioni più vincenti. Tuttavia, il suo nome resta inevitabilmente legato anche alla controversa vicenda del 2008, quando fu bandito a vita dalla FIA per il caso legato a Nelson Piquet Jr. — un provvedimento poi revocato negli anni successivi.
Figura carismatica, divisiva e senza dubbio esperta, Briatore rappresenta una scelta fuori dagli schemi, che però lascia aperti interrogativi sulla direzione che Alpine vuole davvero intraprendere. In un momento storico in cui la scuderia è alla ricerca di stabilità e identità, puntare su un personaggio così polarizzante potrebbe rivelarsi un azzardo.

Quale futuro per l’Alpine?
Con l’arrivo di Flavio Briatore, Alpine si trova davanti a un bivio: trasformare questa ennesima rivoluzione in un nuovo inizio oppure scivolare ulteriormente nel caos gestionale che l’ha contraddistinta negli ultimi anni. L’esperienza del manager italiano potrebbe dare nuova spinta in termini di visione strategica e operazioni commerciali, ma da sola non basta. Il team ha bisogno di coesione, chiarezza e una struttura interna capace di sostenere la pressione della Formula 1 moderna.
In questo contesto, sarebbe anche fondamentale tutelare i propri piloti, trattandoli come professionisti e non come bersagli di pressioni mediatiche e psicologiche inutili, che rischiano solo di compromettere il rendimento in pista. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se Alpine riuscirà finalmente a imboccare una strada definita o se continuerà a navigare a vista, alla ricerca di una stabilità che appare sempre più lontana.
Alpine si trova in un momento cruciale della sua storia recente: tra cambi dirigenziali continui, risultati altalenanti e la ricerca di una propria identità, il rischio è quello di perdersi definitivamente nel caos. Il ritorno di una figura come Flavio Briatore potrebbe rappresentare uno scossone utile, ma solo se inserito in un progetto solido, condiviso e lungimirante.
Per risalire la strada, servirà molto più di un volto noto: serviranno visione, stabilità e rispetto per chi lavora in pista e fuori. Perché in Formula 1, come nella vita, non si vince con le rivoluzioni estemporanee, ma costruendo fondamenta forti, un passo alla volta.
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Studentessa di lingue ed amante dei motori!

