Figura molto spesso passata in sordina, il marshall svolge fra i compiti più pericolosi e fondamentali all’interno dei week-end. Andiamo a sentire diverse testimonianze a riguardo.
Si sa, all’interno del racconto mediatico/giornalistico, a costituire il centro della narrazione sono le vicende dei piloti e dei membri delle squadre nel paddock. Ma cosa succede quando si decide di raccontare il vissuto di chi molto spesso viene dimenticato, ma che svolge un compito egualmente importante a tutti gli altri? Beh, preparatevi, perché oggi scopriremo la storia di Sophia, marshall allo scorso gp di Singapore.
“Il mio primo Gran Premio è stato a Silverstone, a casa, e ho fatto anche Miami e Abu Dhabi”, racconta Sophia ai microfoni di autosport , volata dal Regno Unito per il suo primo GP di Singapore. La sua esperienza con i circuiti è quasi decennale, cosa che la rende una dei marshall più esperta del circus.

“Ho già firmato anche per Melbourne l’anno prossimo. Sto cercando di spuntare tutte le gare che amavo guardare da bambina”.
“Quando ho iniziato, me ne sono subito innamorata di questo lavoro”.
“C’è anche un vero senso di famiglia nella comunità dei marshall. Si lavora insieme per quattro lunghe giornate nella stessa postazione, quindi si impara a conoscersi davvero e a stringere amicizie”.
Fortunatamente, il boom mediatico della Formula 1 ha aiutato anche la “nicchia” dei marshall ad ampliarsi e a variegarsi.

“Ero l’unica commissaria di gara asiatica nel Regno Unito quando ho iniziato. La mancanza di rappresentanza è stata piuttosto frustrante e scioccante”.
“Per fortuna, da allora molto è cambiato. Motorsport UK ha lavorato molto con i suoi eventi comunitari, così come la FIA con il suo programma Girls on Track. Anche Lewis Hamilton mi ha dato un enorme supporto attraverso la Mission 44.”
“È stato fantastico sensibilizzare e mostrare a persone di diversa estrazione cosa significhi essere un marshall, e dimostrare che anche loro possono diventarlo. Abbiamo fatto molta strada. Se cinque anni fa mi avessero chiesto se sarei stata un commissario qui a Singapore, avrei risposto: ‘Assolutamente no’. Prima o poi mi piacerebbe diventare caposquadra!”
La testimonianza di Rui Marques

A dare conferma riguardo l’ambiente amicale che si respira nella comunità dei commissari, è anche lo stesso Rui Marques, ad oggi direttore di gara.
“Quello che ho trovato è una famiglia, ovunque si vada nel mondo. Cerco sempre di ritagliarmi del tempo per incontrare i nostri commissari. Il nostro sport si basa molto sul volontariato, quindi ringraziarli per il loro grande impegno è il minimo che possiamo fare. È anche utile raccogliere i loro commenti.”
“Normalmente, durante un fine settimana, un commissario deve intervenire solo una o due volte. Ma deve essere pronto, comprendere le procedure ed essere ben preparato, cosa che viene fatta dalle federazioni e dai club locali. Più ci si allena, più si è pronti per ogni eventuale intervento.” Ha poi concluso.
Quella dei commissari è una realtà che troppe volte passa in sordina, ma che dovrebbe essere maggiormente valorizzata in quanto fondamentale per lo svolgimento del week-end di gara.
ambizioso, perfezionista e in cerca di migliorarsi costantemente.

