Helmut Marko ha spiegato perché, dopo venticinque anni e una stagione tra le più dure dell’era Red Bull, ha deciso di lasciare il team al termine del 2025.
Helmut Marko ha deciso di chiudere un capitolo lungo venticinque anni e ha spiegato in un’intervista all’emittente austriaca ORF i motivi che lo hanno portato ad abbandonare il progetto Red Bull in Formula 1 al termine della stagione. L’uomo che ha contribuito a trasformare un team appena nato in una potenza del motorsport mondiale ha raccontato che la scelta è maturata dopo una stagione difficile, segnata dalla sconfitta di Max Verstappen nella corsa al titolo 2025.
Marko ha descritto il campionato di quest’anno come uno dei più tortuosi della sua lunga carriera. A metà stagione Red Bull si trovava in grande difficoltà, distante oltre cento punti dalla vetta dopo il Gran Premio d’Olanda. La rimonta che ne è seguita è stata, a suo dire, qualcosa di unico, un recupero che aveva riportato Verstappen a giocarsi il mondiale fino all’ultima gara. Ma la sfida si è conclusa con un epilogo amaro: due soli punti hanno consegnato il titolo a Lando Norris e al “nuovo” McLaren, lasciando in Red Bull un senso di incompiuto che Marko ha percepito come un segnale.

Ha raccontato che la decisione è arrivata in solitudine, il giorno dopo l’ultima gara, durante una sosta a Dubai. La delusione per il finale di stagione ha accelerato una riflessione che, ammette, sarebbe probabilmente arrivata comunque. Vincere sarebbe stato un buon motivo per lasciare, ma perdere, paradossalmente, lo è stato altrettanto. A pesare, oltre alla stanchezza dopo un ciclo così lungo, c’è anche il nuovo orizzonte regolamentare del 2026, che secondo Marko rappresenta un confine naturale tra ciò che la Red Bull è stata finora e ciò che diventerà. Non si è mai occupato direttamente di progettazione, ma ritiene che l’arrivo di nuove norme tecniche segni il momento ideale per farsi da parte.
Negli ultimi mesi si era ipotizzato che la sua uscita fosse legata a tensioni interne o alla crescente pressione mediatica, anche a seguito delle sue dichiarazioni dopo il GP del Qatar, quando alcune frasi avevano portato a una polemica sfociata in insulti nei confronti del giovane Mercedes Andrea Kimi Antonelli.
Marko, però, ha voluto chiarire che nessuno lo ha spinto fuori dalla porta: la scelta è stata solo sua. Ha contattato Oliver Mintzlaff, il dirigente responsabile dell’area sportiva Red Bull, chiedendogli un incontro prima della cena celebrativa prevista dopo la fine del campionato. In quell’occasione ha annunciato la sua volontà di lasciare, spiegando che una soluzione “a metà” non avrebbe avuto senso. La conversazione, ha sottolineato, si è svolta in modo sereno e con l’approvazione condivisa degli altri rappresentanti del gruppo.
Marko ha anche smentito le voci che volevano Gianpiero Lambiase, ingegnere di pista e figura chiave nel box di Verstappen, vicino all’addio. Ha spiegato che quella storia non ha alcun fondamento. Quanto a Verstappen, ha raccontato che non ha potuto parlargli subito perché il pilota non era presente per problemi di volo. Lo ha chiamato il giorno seguente. È stata una conversazione particolare, carica di malinconia, in cui il quattro volte campione del mondo gli ha confidato di non aver mai immaginato di raggiungere simili risultati quando entrò nel programma Red Bull da adolescente.
Ripercorrendo le tappe della sua avventura, Marko ha ricordato come tutto fosse iniziato con una frase di Dietrich Mateschitz che oggi sembra quasi ingenua: “Proviamoci, magari vinceremo un Gran Premio”. Nessuno immaginava che da quell’ambizione sarebbe nato un impero capace di conquistare quattordici titoli mondiali, otto piloti e sei costruttori, e centotrenta vittorie in poco più di quattrocento gare. Successi che hanno trasformato Red Bull da progetto sperimentale a squadra più vincente dell’era moderna, superando persino Mercedes nel conteggio dei successi dal 2010.

Ora, con l’alba delle regole 2026 alle porte e un ciclo tecnico e umano pronto a rinnovarsi, Marko lascia una struttura che lui stesso ha contribuito in modo decisivo a costruire. Lo fa senza rimpianti e senza drammi, convinto che il momento giusto fosse arrivato. Chiude così una delle figure più influenti, controverse e determinanti nella storia recente della Formula 1, lasciando dietro di sé una Red Bull diversa da quella che aveva trovato: non più una promessa, ma un’icona del motorsport mondiale.
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