Ferrari dovrebbe ascoltare di più i piloti, soprattutto Hamilton. Quando però alla base c’è una problema di mentalità, allora tutto si complica.
Ferrari nel bene e nel male è sempre fonte di dibattito e discussione.
Non può essere altrimenti per tutta la sua fama e la sua illustre storia sia nel Motorsport che fuori pista.
Ferrari non è solo una scuderia, è una sfaccettatura di diversi mondi e vanta un riconoscimento mondiale come pochi, oltre che essere uno dei massimi orgogli italiani.
Anche per queste ragioni fa ancora più male vedere che da vent’anni non riesce più a vincere, anzi. I problemi sono in parte sempre gli stessi e negli anni se ne aggiungo di nuovi.
Una cosa però va detta, tra i vari problemi non ci sono di certo i piloti.
In primis perché tutto il mondo è testimone di colui che da anni non smette mai di credere e lottare per quella che reputa la sua casa, Charles Leclerc.
In secundis non è plausibile credere che piloti del calibro di Fernando Alonso e Sebastian Vettel, sei titoli mondiali in due, non fossero all’altezza della squadra; è impensabile.
A maggior ragione solo pensare che Lewis Hamilton, sette volte campione del mondo e detentore di tutti i record possibili, non sia degno o non risponda a livello tecnico, di prestazione e di talento alla Ferrari, è pura follia.
Il problema, tra i tanti a dire il vero, è la mentalità.
Una mentalità della scuderia di Maranello che sembra non adattarsi ai suoi piloti, non perché debba farlo a tutti i costi, ma pare non provare nemmeno a venir incontro ai propri piloti… che di esperienza, talento e risultati ne hanno.
Questa è l’opinione di Mark Hughes, che risponde in parte alla domanda relativa al deludente primo anno di Lewis in rosso.

Una cosa che accomuna Alonso, Vette e Hamilton, oltre ai mondiali ed i successi, è che non è stato permesso loro di metterci davvero del proprio nei progetti.
“In una squadra italiana – e l’ho trovato sia nelle moto che nelle auto – devi essere sicuro di te stesso e comportarti come se se lo fossi sicuro di te stesso e poi dimostrarlo con le prestazioni. Altrimenti sei finito“. Aveva dichiarato John Surtees, pilota brillante negli anni ’60.
Hamilton, proprio come Alonso e Vettel, è entrato in Ferrari senza alcuna delle strutture di supporto intorno a lui che ha potenziato Schumacher. Lui, proprio come loro, ha visto i limiti del fantastico potenziale della Ferrari e ha cercato di cambiarli. Proprio come con Alonso e Vettel, è stato accolto con resistenza e antipatia.
La Ferrari non vuole sentirsi dire quali sono i suoi limiti, non vuole sentire parlare della cultura cooperativa e non colpevole necessaria per ispirare un team di persone dotate ultra competitive a essere puntate nella stessa direzione in modo che ogni colpo sia un colpo di potere. La storia ci dice che quando il team è gestito da dipendenti troppo rispettosi piuttosto che da brillanti armi a noleggio, perde quella direzione.
Tutto questo semplifica un po’ le cose e ci sono dettagli complicati. Le lotte di Hamilton con i tratti particolari della Ferrari 2025, per esempio. Ma rimane essenzialmente vero.
Seppur lontano dal team di Maranello da anni, Maurizio Arrivabene ha espresso il suo disappunto nell’eccessivo interesse da parte dei piloti alle questioni di ingegneria, d’altronde questo suo modo di vedere le cose era uno dei motivi di contrasto con Sebastian Vettel.
“Se un pilota inizia a giocare a fare l’ingegnere, è tutto. Allora è davvero finita. I piloti trascorrono due o tre giorni nel simulatore e ottengono un’impressione generale, ma il diavolo è nei dettagli“, ha rivelato l’incomprensione della scala che l’influenza del pilota giusto può avere, il modo in cui può stimolare l’intero posto.
Quell’energia, utilizzata in modo appropriato da un gruppo di persone emotivamente intelligenti intorno a quel conducente, può essere trasformativa. Il recente e controverso commento di John Elkann come Hamilton e Leclerc dovrebbero parlare meno e concentrarsi sulla guida rivela tristemente che nulla sta per cambiare.
Questa è l’analisi attenta e precisa di Hughes, che analizza in modo chiaro quanto la mentalità possa fare la differenza, soprattutto in negativo.
La cosa che tutti i tifosi possono augurarsi, oltre ad un buon progetto, è che il clima migliori, migliori l’intesa tra la parte tecnica ed i veri protagonisti ossia i piloti. C’è da sperare che in Ferrari ascoltino Hamilton, considerato il suo enorme bagaglio e le numerose nozioni e punti di vista che porta con l’esperienza in altri team vincenti.
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