Red Bull cresce a Miami ma il divario tra Isack Hadjar e Max Verstappen sta sollevando i primi dubbi: tra l’errore in gara e il gap che aumenta, si riapre un tema già noto?
Il weekend di Miami, quarto appuntamento dell’anno, ha restituito un’immagine più nitida, e per certi versi più complessa, della Red Bull. Dopo un avvio di stagione particolarmente complicato, e senza ancora un podio, i primi aggiornamenti hanno portato anche i primi segnali incoraggianti.
Ma alle prestazioni viste in pista questo fine settimana si lega inevitabilmente un altro tema, tutt’altro che nuovo agli ambienti Red Bull: quello del divario interno.
Weekend a due facce
Il fine settimana in Florida, infatti, ha mostrato due facce della medaglia.
Sul fronte di Max Verstappen, il weekend è stato complessivamente positivo ed ha rappresentato un passo avanti. Il quinto posto nella Sprint, a circa 13 secondi di distacco dal vincitore della gara breve, Norris, ed il secondo piazzamento conquistato nella qualifica del sabato, avevano lasciato intravedere margini più ampi per la gara lunga. Tuttavia sul ritmo gara McLaren e Mercedes hanno dimostrato una superiorità importante.

Il quattro volte iridato ha comunque messo in scena una gara aggressiva, fatta di sorpassi e rimonte, che gli ha permesso di ottenere il quinto posto finale. Una performance che conferma la tendenza auspicata a Milton Keynes: la RB22 è più competitiva rispetto alle settimane precedenti.
Di tutt’altro tono invece il weekend nel lato del box di Isack Hadjar.
Il peso del confronto
Per il pilota francese-algerino, alla quarta gara con il team ufficiale, iniziano invece ad affiorare le prime crepe. Le sue parole al termine delle qualifiche raccontano di un pilota lucido ma consapevole; parole che ricalcano quelle di chi, negli anni, ha condiviso il box con Max Verstappen.
“Ho perso tempo. Guardando i dati sono soddisfatto di quello che ho fatto, ma lui è stato molto più bravo a mettere tutto insieme.”
Un’analisi critica, quella del classe 2004, a seguito di una sessione deludente, chiusa in nona posizione e con un epilogo ancor più amaro, considerando la squalifica per fondo più largo di due millesimi. Episodi sfortunati che, in un contesto fragile, possono pesare il doppio.
E poi ci sono le difficoltà e l’errore in gara che lo ha messo fuori dai giochi al sesto giro; un errore probabilmente figlio della necessità di rimontare dopo la partenza dalla pit lane.
Più aggiornamenti, più divario
In Florida, il team di Milton Keynes ha apportato i primi aggiornamenti stagionali che hanno reso la RB22 più affidabile e competitiva. Tra gli interventi principali spiccano la revisione del sistema del servosterzo – oggetto di critiche da parte di Verstappen sin dal primo shakedown di inizio anno – con la sostituzione dell’intero piantone, e il debutto della nuova ala posteriore ribaltante.
Ma ogni progresso tecnico, in Formula 1, è anche un amplificatore di differenze.

E infatti, mentre Max Verstappen sembra aver gradito il nuovo pacchetto, e lo ha dimostrato con le prestazioni in pista, Hadjar appare ancora in fase di adattamento. Tanto con la monoposto quanto con gli aggiornamenti.
I numeri parlano chiaro. 0.825 secondi di gap in qualifica, previa squalifica, e ben 22 secondi di distacco nella Sprint, nonostante il nono posto finale. Dati che, al momento, segnalano un distacco non indifferente. Ai dati della Florida si aggiungono quelle dei tre appuntamenti precedenti: il ritiro in Australia, l’ottavo posto in Cina ed il dodicesimo in Giappone.
Ma questo divario non nasce solo dai numeri perché più che un semplice confronto interno, quello di Hadjar è un banco di prova strutturale. Le monoposto degli ultimi anni sono costruite attorno alle esigenze di Verstappen, come un’anteriore reattivo ed altri elementi che seguono uno stile di guida molto specifico. In questo contesto ogni aggiornamento rischia di amplificare il divario, anziché ridurlo.
È (anche) qui che si gioca la partita del francese: non solo sulla prestazione pura ma sulla capacità di adattarsi rapidamente, senza perdere la fiducia.
Cambia il secondo pilota, rimane il problema
Non è una storia nuova. Nei dieci anni con Max Verstappen al volante della Red Bull, il team ha spesso faticato a trovare un pilota in grado di reggere il confronto interno; sia prima che dopo la conquista dei quattro titoli mondiali consecutivi. Da Pierre Gasly ad Alex Albon, passando per Sergio Pérez fino alle vicissitudini della scorsa stagione – quando Lawson fu rimpiazzato dopo sole due gare in favore di Yuki Tsunoda, a sua volta lasciato senza sedile al termine del campionato.

Negli anni, il sedile accanto a quello di Super Max si è rivelato uno dei più complicati da gestire e tra i più scomodi della griglia.
La domanda, allora, è inevitabile: Isack Hadjar è all’inizio di un copione già visto, che si ripete come una spirale da ormai dieci anni, oppure ha ancora gli strumenti per riscriverlo?
Uno sguardo avanti
Il weekend in Florida ha quindi restituito una Red Bull che deve fare i conti con tanti dati a sua disposizione, con una RB22 in crescita ma ancora incompleta. Da un lato il ritmo ritrovato ed una monoposto che inizia a rispondere al suo leader; dall’altro un giovane pilota chiamato a ricostruire la fiducia in un ambiente che storicamente concede poco margine di errore.

Il podio ad oggi resta un obiettivo concreto, da conquistare nel breve termine per rientrare nella lotta per le posizioni di vertice. E se gli aggiornamenti continueranno a dare questi segnali positivi, ci si chiederà non solo quando Red Bull tornerà sul podio. Ma se lo farà con una o due vetture.
Perché dopo quattro gare in Red Bull, più che i risultati – su cui è ancora presto esprimere giudizi o ipotizzare scenari futuri – è la dinamica interna a riaccendere un dubbio già visto. E forse mai realmente risolto.
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