Sembrava una gara impossibile per la Ferrari, ma a Jarama Gilles Villeneuve trasformò una 126 CK in difficoltà in una delle sue vittorie più belle
Il Gran Premio di Spagna del 1981 non sembrava poter essere a favore della Ferrari. Jarama, alle porte di Madrid, era un circuito tortuoso, fatto di curve lente e un solo vero rettilineo che poco si adattavano alla 126 CK turbo. Il suo V6 poteva esprimere tutta la propria potenza soltanto sul breve rettilineo principale, mentre il caldo di fine giugno prometteva di rendere ancora più difficile la gestione delle gomme Michelin.
Le Williams di Alan Jones e Carlos Reutemann rimanevano le vetture da battere, con Nelson Piquet e Jacques Laffite pronti a inserirsi nella lotta. E proprio il francese della Ligier fu il grande protagonista delle qualifiche. La sua JS17, spinta dal dodici cilindri Matra e dotata di un’aerodinamica particolarmente efficace, conquistò una sorprendente pole position, precedendo Jones di appena 270 millesimi.
Per trovare la prima Ferrari bisognava scendere fino alla settima posizione, occupata da Gilles Villeneuve. Didier Pironi, invece, era soltanto tredicesimo, frenato da problemi alla frizione. La situazione non lasciava molto spazio all’ottimismo: Villeneuve era perfettamente consapevole delle difficoltà e non nascondeva i problemi della sua monoposto, soprattutto quelli legati all’eccessivo degrado gomme.
Poi arrivò la domenica.

Il sole illuminava il circuito di Jarama quando le 24 monoposto si schierarono sulla griglia. Al via Jones scattò meglio di Laffite, che rimase quasi fermo precipitando nelle retrovie. Villeneuve, invece, fu autore di una partenza straordinaria. Dalla settima posizione si ritrovò immediatamente secondo, mentre Pironi recuperò fino all’ottavo posto. Era soltanto l’inizio.
Laffite cominciò a rimontare, mentre davanti Jones cercava di costruire un margine di sicurezza. Villeneuve, però, gli rimaneva vicino, sfruttando ogni occasione. Al quattordicesimo giro la gara cambiò improvvisamente volto: Jones commise un errore alla curva Ascari e finì fuori pista, precipitando dalla prima alla sedicesima posizione. La Ferrari numero 27 passò così al comando.
Da quel momento iniziò una gara diversa. Villeneuve non poteva permettersi di sbagliare, perché alle sue spalle Reutemann spingeva forte e, giro dopo giro, Laffite si avvicinava. La Ligier era probabilmente più efficace nelle curve, mentre la Ferrari poteva contare soprattutto sulla forza del suo turbo sul rettilineo.
Gilles lo sapeva e guidò di conseguenza. Non cercò di scappare, perché non ne aveva i mezzi. Cercò invece di non lasciare agli avversari nemmeno lo spazio necessario per tentare un sorpasso.
Negli ultimi giri alle sue spalle si formò un incredibile trenino di cinque vetture. Reutemann, Laffite, Watson e la Lotus di Elio De Angelis erano tutti lì, vicinissimi. Ogni curva poteva cambiare il destino della gara, il rettilineo diventava un’occasione per attaccare. Ma Villeneuve riuscì a resistere.

Non commise errori, sfruttò al massimo la pista e riuscì a tenere dietro vetture che, sulla carta, sembravano più adatte a quel circuito. Quando arrivò la bandiera a scacchi, il distacco con la Ligier di Laffite era di soli due decimi dalla Ferrari. Gilles Villeneuve aveva vinto una gara che alla vigilia sembrava quasi impossibile.
Sul podio, stremato ma sorridente, ricevette il trofeo dalle mani del Re di Spagna Juan Carlos. Per la Ferrari fu una vittoria pesantissima anche in ottica mondiale. Per Villeneuve, invece, Jarama rappresentò qualcosa di ancora più importante: la seconda impresa consecutiva dopo Monaco, la sesta vittoria della carriera e una delle gare destinate a raccontare meglio il suo modo unico di correre.
Sarebbe stata anche l’ultima vittoria in Formula 1 del canadese. Ma quel pomeriggio di giugno, a Jarama, contava soltanto una cosa: la Ferrari numero 27 davanti a tutti.

