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Le leggendarie “imprese” dei piloti giapponesi in Formula 1.

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Negli anni ’70 i piloti giapponesi hanno iniziato ad avvicinarsi al mondo della Formula 1. In totale solo in tre sono riusciti a conquistare un podio: Aguri Suzuki, Takuma Sato e Kamui Kobayashi. Ma tanti altri sono riusciti a strapparci almeno un sorriso per le loro gesta divine. Andiamole a scoprire.

Hasemi e il giro veloce nascosto

È il Gran Premio del Giappone 1976. Ai piedi del monte Fuji scende copiosa la pioggia. È il grande giorno in cui si decidono le sorti del mondiale: James Hunt contro Niki Lauda. Ma questa è un’altra storia. Perché sul circuito giapponese, mentre il pilota austriaco della Ferrari rinuncia a correre, sulla pista Masahiro Hasemi passa alla storia per un fatto che, realmente, non è mai accaduto.

Su un tracciato che sembra ghiacciato, nel corso del venticinquesimo giro, il pilota giapponese a bordo della sua Kojima KE007 fa registrare il giro più veloce della gara: 1’18”25. Ma qualcosa non torna: Hasemi, nel corso della tornata 25 è stato doppiato dal suo connazionale Hoshino e dai francesi  Laffite e Jarier. Impossibile che almeno questi tre piloti non siano stati in grado di realizzare un giro più veloce del pilota giapponese. Tuttavia alla fine della gara in cui Hunt si laurea campione del mondo, nel box del team Kojima è grande festa: Masahiro Hasemi ha terminato il Gran Premio a sette giri di ritardo dal vincitore, però ha conquistato il giro veloce!

Ma la gioia dura solo qualche giorno: come si poteva ben intuire, a regalare l’emozione di aver realizzato il tempo migliore in gara al pilota giapponese è stato un errore umano. C’è da puntualizzare che negli anni ’70 non erano ancora presenti i trasponder, pertanto i tempi venivano presi grazie ad una persona addetta all’utilizzo dei cronometri, probabilmente confuso dalle nuvole d’acqua che si alzavano al passaggio delle vetture.

Negli anni '70 i piloti giapponesi hanno iniziato ad avvicinarsi al mondo della Formula 1. In totale solo in tre sono riusciti a conquistare un podio: Aguri Suzuki, Takuma Sato e Kamui Kobayashi. Ma tanti altri sono riusciti a strapparci almeno un sorriso per le loro gesta divine. Andiamole a scoprire.

Suzuki e il suo strano 1989

Aguri Suzuki è stato probabilmente uno dei piloti più talentuosi dell’intero panorama giapponese. La sua passione per il motorsport l’ha portato nel 2006 a fondare la Super Aguri. Ma tornando alle gesta del pilota di Tokyo, bisogna riavvolgere il nastro è tornare indietro nel tempo fino al 1989. Suzuki firma per il team tedesco Zak Speed: la stagione fu un fallimento, il giapponese non riuscì mai a superare le prequalifiche. Difatti il suo 1989 si concluse con zero gare all’attivo. Per fortuna il povero Aguri si riuscì a rifare nel 1990, firmando per il team Larrousse e conquistando un terzo posto nel Gran Premio di casa a Suzuka, che lo consacra a beniamino nazionale.

Negli anni '70 i piloti giapponesi hanno iniziato ad avvicinarsi al mondo della Formula 1. In totale solo in tre sono riusciti a conquistare un podio: Aguri Suzuki, Takuma Sato e Kamui Kobayashi. Ma tanti altri sono riusciti a strapparci almeno un sorriso per le loro gesta divine. Andiamole a scoprire.

Inoue e il controverso rapporto con le vetture di sicurezza

Taki Inoue è il più classico dei piloti paganti che passa alla storia per quello che fa in pista, ma non per i risultati. Nel 1994 si offre alla Simtek, in cerca di un pay driver. Nel 1995 si accasa alla Footwork: sarà la stagione che lo renderà “leggendario”. A Monaco, ritiratosi per la rottura del pedale del freno, viene tamponato dalla Safety Car mentre la sua vettura è al traino e sbalzato fuori dalla vettura perché si era slacciato le cinture. In Ungheria non va meglio: mentre cercava di spegnere le fiamme sulla sua FA16, la Medical Car arriva sul posto e lo investe. Insomma, non il modo migliore per farsi ricordare in Formula 1!

Taki Inoue Arrows GP Ungheria 1995

Ide, una carriera breve ma intensa

Yuji Ide ha disputato solo 4 Gran Premi in Formula 1, eppure il suo ricordo è ancora vivo nei suoi appassionati. Nel 2006, anno del suo debutto con la giapponese Super Aguri, conquista tre ritiri e un tredicesimo (nonché ultimo) posto in Australia. Nell’ultima gara della sua breve carriera ad Imola, entra in contatto con Albers causandone il cappottamento. La FIA ci va giù pesante: il giapponese è troppo pericoloso e il suo adattamento alla massima serie difficile. Gli viene tolta la superlicenza, ponendo fine ad una carriera breve ma intensa.

Negli anni '70 i piloti giapponesi hanno iniziato ad avvicinarsi al mondo della Formula 1. In totale solo in tre sono riusciti a conquistare un podio: Aguri Suzuki, Takuma Sato e Kamui Kobayashi. Ma tanti altri sono riusciti a strapparci almeno un sorriso per le loro gesta divine. Andiamole a scoprire.

I giapponesi e gli stop, una storia difficile

Abbiamo poi due giapponesi che hanno avuto rapporti complicati con i meccanici: si tratta di Kazuki Nakajima e Sakon Yamamoto. Il primo è il figlio d’arte di Satoru e ha esordito in Formula 1 nel Gran Premio del Brasile del 2007 e ha lasciato subito il segno: al pit-stop arriva lungo investendo uno dei suoi ragazzi. Stessa sorte toccherà anche a Yamamoto a Monza nel 2010.

Negli anni '70 i piloti giapponesi hanno iniziato ad avvicinarsi al mondo della Formula 1. In totale solo in tre sono riusciti a conquistare un podio: Aguri Suzuki, Takuma Sato e Kamui Kobayashi. Ma tanti altri sono riusciti a strapparci almeno un sorriso per le loro gesta divine. Andiamole a scoprire.

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