La prima volta: Ayrton Senna e il GP del Brasile 1991

La prima volta: Ayrton Senna e il GP del Brasile 1991

10 Novembre 2021 1 Di Sebastiano Vanzetta

30 anni fa, Ayrton Senna vinceva per la prima volta, in modo incredibile, il GP di casa. Una gara che racchiude in sè tutta l’essenza del campione brasiliano.

Si dice che la prima volta non si scorda mai, soprattutto se l’hai pensata, sognata, inseguita per tutta la vita. L’iniziale sensazione di spaesamento lascia pian piano il posto all’emozione e cominci a renderti conto che, dopotutto, ce l’hai fatta. Sei stremato, sfinito, ma i tuoi tifosi gridano. E tu piangi, perché non hai solo vinto vicino a casa tua, a San Paolo. Piangi perché hai vinto davanti al tuo popolo, a chi sin dai primi tempi ti ha seguito. A chi ha gioito e pianto per le tue imprese, e a chi si è disperato e arrabbiato per le tue sconfitte. Lì, sul gradino più alto del podio di Interlagos, con le braccia che faticano a sollevare il pesante trofeo del vincitore, non sei semplicemente Ayrton. Sei tutto il popolo brasiliano e forse non c’è traguardo più grande.

Hai vinto la gara di casa, e per la prima volta su quel podio non ci sei tu. C’è tutto il Brasile.

Al di là del possibile

È una domenica di fine marzo. È il tuo gran premio di casa e parti in pole position. Ti guardi intorno e vedi gli spalti pieni e colorati di verde e di giallo, i colori della tua patria. Sono i tuoi tifosi, arrivati per sostenerti e speranzosi di vederti vincere, finalmente, la gara di casa. È da tempo che ci provi, e ancora non ci sei riuscito. Hai già vinto due mondiali, ma c’è qualcosa che ti manca. È l’ultimo tassello per diventare leggenda.

Ti infili il casco e resti lì, seduto nella tua McLaren, a cercare la concentrazione come al solito. È difficile non pensare a quanta voglia hai di vincere qui a San Paolo, oggi. Ma non ti lasci sopraffare, perché oggi si corre una gara del mondiale, e come ogni gara devi dare il massimo e pensare solo ad ottenere il miglior risultato.

Si accendono i motori, e comincia il giro di formazione. Ogni curva è piena di tuoi tifosi che ti acclamano. La pressione sale vertiginosamente. Ma sei Ayrton Senna, e di pressione ne hai tanta, sempre. E come tuo solito la tieni a bada e, dopo aver scaldato bene le gomme, ti schieri in griglia. Mentre aspetti che anche l’ultima macchina si posizioni sulla sua casella dai un’ultima occhiata alla Williams di Patrese che hai affianco. Saranno 71 giri di inferno. Si accendono i semafori.

Parti, e lo fai maledettamente bene. Lo stacco della frizione è perfetto, e le gomme posteriori della tua McLaren non pattinano. Prendi subito vantaggio sugli inseguitori. Adesso l’obiettivo è solo uno: spingere fino alla bandiera a scacchi. Dopo otto giri hai già preso 3 secondi di vantaggio su Nigel Mansell. Ma lui è The Lion, lui non molla, e lo sai. La Williams di Nigel va forte, fortissimo.

Sono passati 20 giri e sei ancora in testa, ma Nigel è lì, a 7 decimi dall’alettone della tua MP4/6. Passano altri 6 giri e Nigel rientra, mentre tu tiri un sospiro di sollievo, per quel poco che può sollevare il non avere più il tuo avversario alle calcagna. Continui a spingere, mentre ai box della Williams la giornata non è delle migliori. Il pit-stop di Nigel dura 14 secondi. Tu però non lo sai e continui a spingere. Il V12 Honda canta tra le curve brasiliane, e ormai ti muovi a memoria. Freni, schiacci la frizione, scali marcia, ti inserisci in curva e acceleri di nuovo.

Arriva il momento del tuo pit-stop. Riparti senza alcun problema, con gomme nuove e con il compito di uscire dai box e spingere, ancora. Dal muretto ti fanno sapere che hai dietro Nigel a 7 secondi. Sono tanti, ma il Leone gira dannatamente forte e comincia pian piano a recuperare. Passano i giri e tu sei sempre in testa, ma Mansell sta girando troppo forte, e quasi sicuramente ti prenderà. Al giro 50, un piccolo detrito depositato in pista infilza uno degli pneumatici della FW14 dell’inglese. Nigel fora, ed è costretto a rientrare. Il gioco è quasi fatto ma quello che non pensi, e speri che possa accadere, accade.

Ingrani la quarta marcia, ma non va. Ci provi ancora, ma niente. Hai perso una marcia e il cambio sta lentamente cedendo. Nigel sta recuperando il tempo perso con il secondo pit-stop, e a furia di giri veloci ha dimezzato il distacco. Passano 10 giri e tu sei ancora lì, a lottare con il cambio. Non vuoi mollare, e non lo fai.

La Williams ha da poco introdotto il cambio sequenziale al volante, sostituendo la leva a ghiera. Tu hai ancora il classico manuale, ma Nigel no. Il cambio realizzato dagli uomini di Sir Frank, però, non è perfetto, anzi. Ha molti problemi di gioventù, soprattutto nella gestione dell’elettronica. Quello di Nigel comincia a fare i capricci e al giro 61 lo manda in testacoda, obbligandolo al ritiro. Sarebbe un ottima notizia, se non che nel frattempo perdi altre due marce, la terza e la quinta.

Mancano pochi giri, ma ti sembrano lunghissimi. Sei stremato ma il cambio non ti dà tregua e ti lascia solo la sesta. Devi resistere, Ayrton, perché puoi ancora vincere. Quello che per te è passione, ovvero guidare, è diventato un incubo. Devi affrontare le curve, anche quelle più lente, in sesta, giocando con la frizione e sperando che non ti lasci anche questa marcia. Patrese, intanto, recupera.

Manca poco Ayrton, ce l’hai quasi fatta. Lo sforzo è immane, ma ci sei quasi. Gli ultimi 2-3 giri sono un inferno: la macchina non va e la FW14 dell’italiano si avvicina minacciosa.

Come se non bastasse, comincia a piovere in maniera pesante. Ci mancava solo questa! Alzi il braccio, segnalando che la gara va sospesa, ma non ti ascoltano. E allora tu, continui, tirando fuori tutto il tuo talento.

Cominci l’ultimo giro. Affronti la chicane in sesta, e che fatica! Non sai nemmeno tu come fai a continuare senza stallare. Affronti la Curva do Sol, e poi il rettilineo che porta a curva 4. “Dannazione, la macchina non va“, continui a ripetere tra te e te, mentre il V12 dei giapponesi fatica a riprendere con una marcia così alta. Passi curva 5 e poi curva 6 e 7. Ora arriva il bello. “Come diamine faccio adesso?” pensi, mentre ti accingi ad affrontare la sezione più tortuosa del circuito. A fatica fai curva 8. Fai curva 9 e poi arrivi al tornante di curva 10. Dio solo sa come si affronta quella curva in sesta. Poi su verso curva 12. I 12 cilindri dietro di te faticano, ma ti lanciano verso il traguardo. Curva 13, poi 14, e poi 15.

Eccola la bandiera scacchi Ayrton. Sventola, finalmente, per te. Ce l’hai fatta, hai vinto il gran premio di casa. Non ci pensi due volte e urli. Urli con tutto il fiato che ti è rimasto. È un urlo di gioia e allo stesso tempo di dolore, perché il tuo fisico non ce la fa più. “I don’t believe it!” urli. Non ci credi nemmeno tu. Eppure, alla fine, hai vinto. Tiri fuori dall’abitacolo una bandiera brasiliana e la sventoli davanti al tuo pubblico. Tutti sono in piedi per te.

Ti fermi in mezzo alla pista, distrutto. Provi ad alzarti e a slacciarti le cinture ma non ce la fai. Hai i crampi e lo sforzo fisico che hai fatto per tenere in strada la McLaren ti ha fatto salire addirittura la febbre. Resti lì, immobile, avvolto sia dalla gioia che dal dolore. Non riesci a muovere neppure un dito, tant’è che hai bisogno che ti sfilino il casco e i guanti dalle mani. Ti portano verso il podio in macchina e durante il tragitto ti riprendi un po’.

Scendi e cerchi papà Milton. “Vieni qua!“, urli. Lo abbracci, nonostante il dolore. Lo abbracci perché l’abbraccio di un padre è tutto ciò di cui hai bisogno in questo momento.

Sali sul podio con la bandiera in mano, alzandola al vento con la poca forza che ti è rimasta nelle braccia. Suona l’inno e tu piangi e sorridi allo stesso tempo, mentre cominci a realizzare quello che è successo. È più di una vittoria, più di un mondiale. Ti passano il trofeo. Tenti di sollevarlo ma non ce la fai. Prendi un bel respiro e, con una smorfia di dolore lo alzi.

Ayrton, Ayrton, Ayrton, Ayrton!” urlano i tuoi tifosi. In quel momento, diventate una cosa sola. In quell’istante non sei più Ayrton Senna da Silva, sei il Brasile.

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