“Date a un bambino un foglio di carta, dei colori e chiedetegli di disegnare un’automobile. Sicuramente la farà rossa”.
Così diceva Enzo Ferrari, forse un po’ egoisticamente. Lo diceva, però, a ragion veduta. Perché, ammettiamolo, quante persone pensando alla F1 immaginano una bella Mercedes fiammante, grigia o nera che sia? Chi si immagina al volante di un’AlphaTauri? Chi vi dirà che pensa alla Catheram verde di Giedo Van der Garde?
“Everyone is a Ferrari fan” diceva Sebastian Vettel. Una frase diventata famosa, ma che cela significati molto più sottili di quanto si pensi. Tifano tutti Ferrari quindi? No, certo che no. Oggi il panorama delle tifoserie della F1 è più variegato che mai. Ma è innegabile che, a tutti, la monoposto rossa di Maranello faccia sempre un certo effetto.

Il rosso accesso con lo scudo giallo e il cavallino nero rampante, è probabilmente sinonimo di auto da corsa. Di un qualcosa che va forte, molto forte. E di un qualcosa che fa battere i cuori. D’altronde, il rosso è il colore della passione, dell’amore. È uno dei colori del fuoco, un elemento che scalda.
E così come il fuoco scalda le persone, l’auto rossa che dagli albori della F1 sfreccia in pista, scalda i cuori degli appassionati. E dei piloti.
Non negatelo. Ovviamente avete capito tutti che se sto scrivendo di Ferrari durante un’anonima domenica di Febbraio è perché alla lista di chi ha messo le mani sul volante sormontato dal cavallino si aggiungerà anche Lewis Hamilton.
Magica Rossa
Il Sir diventerà l’ultimo dei grandi campioni a guidare una monoposto Ferrari, sogno di tanti appassionati e, evidentemente, sogno anche suo. Sembrava impossibile e invece è successo, sul finire di una carriera che per diventare ancora più leggendaria aveva assoluto bisogno di passare per Maranello.
Forse in tanti, molto ingenuamente, non capiscono. Perché Hamilton deve andare ad impelagarsi in Ferrari? Perché rischiare? Per quale motivo lasciare Mercedes dopo esserne diventato un simbolo?
Perché, che piaccia o no, Ferrari è pur sempre Ferrari. E poco importa se non si vince un mondiale dal 2007, se negli ultimi anni si è diventati un meme a forza di “Master🅱️lan” e di strategie degne del generale Cadorna.
La Rossa rimane quella monoposto su cui tutti, prima o poi, vogliono salire. Quella monoposto a cui, pur rischiando di rinunciare a grandi risultati, un talento come Charles Leclerc ha voluto legarsi quasi a vita. Quell’auto sulla quale anche Hamilton vuole mettere la sua firma, per diventare ancora più grande. Il più grande.

Come dice il titolo il rosso, in F1, è il colore della gloria. La maggior parte dei piloti che oggi ricordiamo come leggende hanno corso per Ferrari, non per forza vincendo qualcosa o vincendo tanto. Jody Scheckter ha vinto 10 GP, meno di gente come Jacques Villeneuve o David Coulthard. Eppure rimane una leggenda della F1, per aver vinto un mondiale su Ferrari.
Ancora meglio, seppur falsato dal mito della sua guida spettacolare, è l’esempio di Gilles Villeneuve. 6 vittorie, meno di Daniel Ricciardo o Mark Webber. Eppure anch’egli è una leggenda. Lo è anche, a suo modo, Jean Alesi che ha collezionato solo una vittoria in carriera. Ma sulla Rossa.
La Ferrari apre le porte dell’olimpo della F1. Lauda, Prost, Mansell, Schumacher, Raikkonen, Alonso, Vettel. Tutte leggende di questo sport che, in un modo o nell’altro, hanno legato il loro nome alla Scuderia. Perché il percorso per entrare nella storia di questo sport fa quasi sempre tappa a Maranello.
E anche chi nel libro dei più grandi ci è entrato saltando la fermata modenese come Ayrton Senna, se il Dio del Motorsport non avesse voluto prendere lezioni di guida a tu per tu col brasiliano (e se i grandi dirigenti visionari del Gruppo Fiat non avessero messo il bastone tra le ruote a Cesare Fiorio), sarebbe sicuramente approdato in Italia.
Il punto sulla parola “Leggenda”.
Non ci si stupisca, quindi, che anche Hamilton voglia compiere questo passaggio. Perché lui sente, percepisce, che per alcuni manca ancora il punto sul suo status di leggenda. Ha vinto sette mondiali come Schumacher, ma Michael ha vinto con la Rossa. Ha il record di gare vinte, ma non ne ha mai vinta una con la Rossa. In termini di numeri è il più grande di tutti, eppure qualcuno ha ancora dubbi.
“Eh ma Max in prospettiva…”, “Eh ma ha vinto con un’astronave”, “Eh ma ha trovato la pappa pronta”, dicono. “Senza la Mercedes non sarebbe stato nessuno”, blaterano i suoi detrattori. Un po’ come chi diceva che Messi non era nessuno senza il Barcellona.
Proprio come l’argentino, Lewis ha deciso di buttarsi, di cambiare. Di premere il pulsante Stop sul Pullman e di scendere a Maranello. Ovviamente, per diventare il più grande di tutti. Perché dopo 7 titoli, 103 vittorie, 104 pole position e 197 podi, il Sir non ci sta più a sentirsi dare del bollito, del miracolato. E non può, non vuole doversi accontentare del record di titoli a pari merito con Schumi.

Perché significherebbe misurarsi con chi ha raggiunto questo traguardo con la tuta rossa. E perdere il confronto. Lewis vuole l’ottavo, ma probabilmente sa che sarebbe solo un numero tra tanti record. Lui, che ne ha riscritti così tanti, ha forse l’ambizione di mettere la parola fine sulla lunga diatriba del “Più grande di tutti i tempi”.
E sa che può farlo solo sulla Ferrari, perché vincere l’ottavo sulla Rossa lo avvicinerebbe a questo sogno.
Un sogno pazzo? Forse. Ma così lo era approdare in F1 partendo dalla modesta e piccola Stevenage. Lo era approdare nella McLaren di Ron Dennis che lo aveva stregato. Lo era diventare il primo pilota di colore a vincere una gara, a vincere un mondiale. “Still I Rise” dice, il tatuaggio sulla sua schiena.
Perché, allora, non entrare definitivamente per tutti nella gloria, vestito di rosso?
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