Intervista ad Angelo Orsi – una vita passata a correre con le Formula 1

Intervista ad Angelo Orsi – una vita passata a correre con le Formula 1

22 Febbraio 2021 0 Di Valentina Polcaro
Tempo di lettura: 6 Minuti

Piloti e giornalisti definito da sempre un rapporto complicato, ma non oggi, non in questa storia. La storia di Angelo Orsi che da impiegato della SIP, odierna Telecom, diventa uno dei fotografi di punta della Formula 1, amico fidato di diversi piloti, amico fraterno di Ayrton Senna.

Grazie alla pagina Facebook FormulaOnce, sono riuscita a fare qualche domanda al fotografo, che ha anche raccontato diversi aneddoti piuttosto particolari.

Angelo Orsi, inizia la sua carriera verso la metà degli anni ’70, come inviato dell’agenzia Villani di Bologna, dove muove i primi passi come fotografo sportivo.

Nonostante sia diventato uno dei più famosi fotografi della Formula 1, ha iniziato la sua carriera con le moto.

“La mia prima fotografia conosciuta fu quella del ritorno in pista di Agostini con la Yamaha, fu quella gara di Misano che venne sospesa per il troppo rumore” – racconta –“Io andai per l’agenzia Villani, che doveva fare un poster di Agostini, ed era la prima volta che uscivo sul campo per una gara del mondiale.”

Poco dopo passò alle quattro ruote quando Cucci, allora direttore di Autosprint, ebbe il bisogno di mandare un fotografo sul campo.

“Con l’arrivo di Cavicchi alla direzione, il mio lavoro si spostò esclusivamente sulla Formula 1, anche se durante l’inverno mi allenavo con calcio e basket.”

Oggi è famosa una fotografia che la ritrae a bordo della Renault di Patrick Tambay nel 1984, com’è stato poter salire a bordo di quell’auto e scattare quelle fotografie “On board”?

Il fotografo sorride: “Fu una delle cose più estreme che mi è capitato di fare!”

“Gli autori di Autosprint dovevano presentare il Gran Premio di Monza e il direttore mi disse: “Perché non facciamo vedere la pista dal punto di vista del pilota?”

Gli risposi che avrei dovuto mettere la macchina fotografica sulla vettura, ma non avevamo le tecnologie adatte per farlo e quindi gli venne la brillante idea di farmi salire con il pilota sulla macchina” – continua – “Chiamai Renault, che era l’unica che non aveva le turbine di aspirazione e quindi un sopra piatto, e chiesi di poter effettuare questo famoso giro di pista.”

“Mi presentai a Monza con il mio collega Ercole Colombo e trovai la Renault Turbo; all’inizio mi dissero che ci sarebbe stato Derek Warwick ma poi si presentò Patrick Tambay, con il quale ero amico, e quando fai queste cose con un amico già parti male.”

“Infatti, iniziò a dirmi che mi avrebbe fatto morire di paura, ma io cercai di spiegargli esattamente come doveva affrontare il tracciato in modo da permettermi di fare le fotografie, nel frattempo passò anche Keke Rosberg che mi diede una pacca sulla spalla dicendomi che ero un pazzo.”

“Insomma passò del tempo, in cui prepararono pilota ed auto, e secondo me Patrick non si ricordava più di avere un passeggero, partì tranquillo in corsia box, ma una volta usciti ebbe la bruttissima idea di fare prima, seconda, terza e quarta, che su una Renault Turbo significava arrivare a 200km/h facili.”

“Io già non capivo più nulla e vedevo la chicane avvicinarsi chiedendomi: quando arriviamo là, cosa succede?” continua “Ho iniziato a stringermi sulla macchina e siamo riusciti a passare la chicane, ma appena usciti iniziai a picchiare sul casco di Patrick con la macchina fotografica, ricordandogli che io ero seduto dietro, alla fine rallentò e seguì le indicazione che gli avevo dato prima della partenza.”

Orsi finisce col raccontare che quell’esperienza gli provocò un eccesso di adrenalina e fu costretto a stare a riposo per qualche giorno: “Nel tornare a casa mi fermai al casello di Bologna e mi addormentai con il casellante che mi picchiava sulla macchina, poi una volta arrivato mi misero a letto e chiamarono il medico.”

“Questa fu la cosa più pericolosa che feci ma non la più estrema.”  – ammette – “Quella più estrema era sicuramente la Parigi – Dakar perché al mattino mi facevo accompagnare da un taxi in mezzo al deserto che doveva tornare a prendermi dopo 5 – 6 ore che passavo da solo, fortunatamente andò sempre bene!”

Qual è la fotografia più bella o più strana che ha scattato nel corso della sua carriera?

“Allora, sicuramente la foto del 1989 di Gugelmin, alla partenza del Gran Premio di Francia, che mi è valsa il premio World Press Photo.” – racconta – “La foto più intrigante, nonché quella che ha fatto più scalpore, è quella del piantone di Ayrton Senna che ha dato origine al “Processo Senna”.”

A proposito di quel terribile 1° maggio 1994, Orsi racconta: “In quel momento non ero lucido, come avrei dovuto essere da professionista, infatti la domenica sera in redazione non mi sono accorto della foto del piantone.” – continua – “La sera abbiamo lavorato allo speciale con la copertina nera e in redazione non c’era nessuno che fiatava; le foto che non dovevano essere viste da nessuno erano già state messe da parte (quella di Senna inerme senza casco N.d.A.), ma non ci siamo proprio accorti di quella del piantone.”

Sempre parlando di Senna, il fotografo racconta di quella magnifica impresa che fece Ayrton a Donington nel 1993: “Ayrton mi disse: “Perché non vai all’ultima curva, vedrai che passo primo” gli risposi: “Ma figurati se passi primo che parti quinto”; infatti poi superò Prost e passò primo.” – racconta con il sorriso – “Questa era una delle tante storie che ho potuto vivere conoscendo questi grandi personaggi.”

Eh già come ben sappiamo all’epoca era molto più facile interagire con i piloti, come ci racconta anche il fotografo:

“Io ho avuto la fortuna fare questo lavoro negli anni’80 e ’90, che penso siano, per il motorsport, gli anni più belli che potessi vivere; nel senso che il rapporto con questi grandi piloti era diretto, cioè tu potevi parlare con loro e imparare a conoscerli, non c’erano filtri.” – spiega – “Per filtri intendo gli uffici stampa, che lasciano passare solo le notizie che vogliono loro, quindi tu non hai più la possibilità di conoscere questi personaggi.“

“In quel modo io ho avuto la possibilità di conoscere Berger, Senna, Mansell, Lauda e tutti questi grandi campioni, ed avere con loro un rapporto quasi fraterno.” – continua – “Alla fine delle prove ti ritrovavi ai box a fare quattro chiacchiere come si fanno al bar.”

Il fotografo conclude raccontando di un simpatico aneddoto accorso in occasione di una festa di compleanno al Gran Premio del Belgio: “Non ricordo di chi fosse il compleanno, però arrivò Berger, arrivò Senna e davanti ad una bella torta Ayrton trovò il modo di spiaccicarla in faccia a Gerhard e viceversa, automaticamente parte della torta finì sulla mia macchina fotografica.” – ride – “Andai da Ayrton, incavolato nero, promettendo di fargliela pagare. Così fu e sulla linea di partenza di un Gran Premio andai da Ayrton e gli passai il dito sulla visiera.”


Angelo Orsi, oggi, è un simpatico signore con baffi e capelli bianchi, che racconta le incredibili avventure, le amicizie e gli scherzi da paddock con un pizzico di nostalgia, un marcato accento emiliano e il sorriso stampato sul volto.

Il fotografo ci ha raccontato aneddoti che oggi ci sembrano impossibili, storie di personaggi fuori dal comune di una Formula 1 che non esiste più, ma che forse, dal punto di vista d’interazione, vorremmo ritornasse.

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