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WRC | Il mito del Safari Rally Kenya: la gara più dura al Mondo

Il Safari Rally Kenya è una delle gare più leggendarie nella storia del motorsport, un evento che ha messo alla prova uomini e macchine in un ambiente ostile e imprevedibile. Nato nel cuore dell’Africa orientale, il Safari Rally è diventato sinonimo di resistenza, avventura e spettacolo puro, guadagnandosi il titolo di “the toughest rally in the world” (il rally più duro del mondo)

Le origini: Lunga vita alla Regina!

Il Safari Rally veniva istituito nel ormai lontano 1953 per celebrare l’incoronazione della Regina Elisabetta II. Inizialmente la gara venne battezzata “East African Coronation Safari”. L’evento si snodava attraverso Kenya, Uganda e Tanzania, all’epoca ancora colonie britanniche, percorrendo migliaia di chilometri su strade sterrate, sentieri fangosi e attraversando la selvaggia savana africana.

Safari Rally Kenya
East African Coronation Safari 1953

Sin dalle prime edizioni, il rally si è guadagnato una reputazione temibile: caldo soffocante, tempeste improvvise, fiumi in piena e animali selvatici rendevano la corsa imprevedibile e brutale. I piloti dovevano affrontare condizioni estreme senza le moderne tecnologie, navigando con mappe cartacee attraverso strade aperte anche al traffico locale e affidandosi all’istinto.

Nel 1974, l’evento prese ufficialmente il nome di Safari Rally, diventando un appuntamento fisso del Campionato del Mondo Rally (WRC) fin dalla sua prima edizione nel 1973, l’anno inaugurale del mondiale.

Gli anni d’oro del Safari Rally (1973-2002)

Per quasi tre decenni, il Safari Rally ha rappresentato una sfida unica nel calendario WRC. Mentre le altre gare prevedevano prove speciali relativamente brevi e su strade controllate, il Safari era un test di sopravvivenza: tappe lunghissime, navigazione aperta e assistenza remota limitata. L’edizione del 1976, ad esempio, prevedeva ben tre “leg” di gara, per un totale di 6249.65 km cronometrati (trasferimenti esclusi dal calcolo); la prova più lunga di quell’evento fu la SS5 Kibwezi di addirittura 1452.24 km.

A causa dello stato del fondo stradale caratterizzato da guadi, buche, letti di pietra e pericolose distese fango, le auto dovevano essere rinforzate con sospensioni rialzate, protezioni per il motore come l’iconico snorkel, il boccaglio applicato con un’estremità all’interno del cofano motore e l’altra sopra il tettuccio al fine di prevenire ingolfamenti nei guadi e sistemi di filtraggio dell’aria avanzati per resistere alla polvere e ai colpi violenti del terreno africano oltre alle classiche barre poste a protezione del radiatore. Le squadre spesso montavano tre o quattro ruote di scorta, poiché le forature erano inevitabili.

I marchi giapponesi dominarono per molti anni grazie alla loro affidabilità: Toyota, Mitsubishi e Subaru collezionarono numerose vittorie. Piloti leggendari come Björn Waldegård, Juha Kankkunen, Colin McRae e Tommi Mäkinen scrissero pagine indelebili di storia con imprese epiche nel fango e nella polvere africana.

Uno degli episodi più incredibili fu la vittoria di Björn Waldegård nel 1990 con Toyota, quando il veterano svedese si impose in una gara segnata da condizioni meteo estreme che fece la storia del Safari Rally. Dal 1995 la gara assunse la denominazione contemporanea di Safari Rally Kenya.

Nel 1996, Tommi Mäkinen conquistò il Safari con la Lancer, dopo un’autentica genialata, ideata, a tavolino, dal team. Gli uomini della scuderia dei tre diamanti ebbero un’intuizione sfruttando al massimo la possibilità di avere un periodo di assistenza autorizzata al termine di ogni singola sezione. Fu così che sulla vettura di Makinen vennero sostituite le sospensioni ad ogni singolo service, permettendo, così, al finlandese di spingere di più in ogni prova. Alla fine la strategia Mitsubishi pagò e Mäkinen trionfò con addirittura 14 minuti di vantaggio sullo svedese Kenneth Eriksson, secondo al traguardo con la Subaru Impreza ed oltre 42 minuti sul temibilissimo eroe locale, Ian Duncan, con la Toyota Celica ufficiale.

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Safari Rally Kenya 1996; Tommi Mäkinen

L’ultimo vincitore del Safari Rally Kenya prima dell’esclusione dal calendario mondiale è stato Colin McRae nel lontano 2002. Lo scozzese, al termine di una gara infernale, con più di metà schieramento caduto vittima delle estenuanti insidie dei fondi kenioti, riuscì a spuntarla, di quasi 3 minuti, sulla Peugeot 206 di Harri Rovanperä e di addirittura 18 minuti sullo svedese, Thomas Rådström, terzo assoluto con la Citroën Xsara WRC, vettura che fece il suo debutto al Safari proprio in quell’occasione.

Safari Rally Kenya
Safari Rally Kenya 2002; Thomas Rådström

L’esilio dal WRC e il ritorno epico (2003-2021)

Nel 2003, a causa di problemi logistici e di sicurezza, il Safari Rally Kenya venne escluso dal WRC e relegato a competizioni regionali. Nonostante ciò, il Kenya non smise mai di lottare per riportarlo nel mondiale, mantenendo viva la tradizione attraverso il Kenya National Rally Championship e le tappe dell’African Rally Championship (ARC), ma soprattutto entrando, seppur per un solo anno, nel calendario del prestigioso Intercontinental Rally Challenge (IRC) nel 2007, gara vinta da Conrad Rautenbach. Fu, però, il nostro Andrea Navarra, terzo assoluto al traguardo, a bordo della leggendaria Grande Punto Abarth S2000 a conquistare il successo nella categoria IRC poiché chi lo precedeva ovvero Rautenbach e Carl Tundo, correvano solo per l’ARC.

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IRC Safari Rally Kenya 2007; Umberto Scandola; Grande Punto Abarth

Dopo quasi due decenni di assenza, nel 2019 venne annunciato ufficialmente il ritorno del Safari Rally Kenya nel calendario WRC, previsto per il 2020, grazie agli sforzi del governo keniota e della FIA. Tuttavia lo scoppio della Pandemia da Covid-19 portò all’annullamento della gara 2020 ed il conseguente rinvio al 2021. Il nuovo percorso, visibilmente più corto e regolamentato rispetto all’era classica, ha comunque mantenuto lo spirito selvaggio dell’evento: tratti sabbiosi, guadi profondi e strade battute dalla pioggia hanno continuato a rappresentare una sfida per i migliori piloti del mondo.

Il ritorno è stato un trionfo per Toyota, con Sébastien Ogier che ha conquistato la vittoria in una gara segnata da incidenti spettacolari, auto inghiottite dal famoso fesh-fesh, una particolare sabbia molto sottile che ricopre le strade keniote, e guasti meccanici. Il Safari Rally Kenya aveva dimostrato ancora una volta di essere uno degli eventi più impegnativi e iconici del mondiale.

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Safari Rally Kenya 2021; Sebastien Ogier

Il Safari Rally WRC oggi: Tra tradizione e modernità

Oggi, il Safari Rally Kenya continua a mantenere vivo il suo fascino unico, mescolando la modernità del WRC con l’anima selvaggia dell’Africa. Il percorso attuale si svolge principalmente nella regione di Naivasha, sulle rive del Lago Nakuru, con il suggestivo sfondo del Maasai Mara e della Great Rift Valley.

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Safari Rally Kenya 2024; Thierry Neuville

Tuttavia, la riduzione dei chilometraggi, la scelta di far svolgere la gara esclusivamente all’interno di tenute private e quindi chiuse al traffico ed il fondo delle strade decisamente meno imprevedibile rispetto al passato ha fatto storcere il naso ai puristi della gara che comunque, dopo la delusione iniziale, han fatto brevemente i conti con le nuove realtà regolamentari che rendono, nei fatti, impossibile la rievocazione dei vecchi Safari.

Le vetture odierne sono più sofisticate e resistenti, ma il Safari Rally Kenya resta un appuntamento che può decidere il destino di un campionato. La polvere, i sassi, gli animali selvatici e il meteo imprevedibile lo rendono ancora oggi una gara epica, in cui la fortuna gioca un ruolo tanto quanto il talento e la strategia.

Duro, spietato, imprevedibile: il Safari Rally è e resterà per sempre il rally più selvaggio del pianeta.

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