Se da un lato il festival di Sanremo (dal quale è ovviamente preso il titolo) si è chiuso quasi un mese fa, dall’altro questo weekend troveremo finalmente la Formula 1 sui nostri schermi, dopo circa tre mesi di assenza.
Sono due le passioni sportive che hanno, per una preponderante fetta della mia vita, caratterizzato la stessa: il calcio e la Formula 1. Quest’ultima, tuttavia, possiede un fascino particolare. Entrambe possono essere banalizzate in una frase: 11 uomini che rincorrono un pallone o 20 piloti che corrono in un cerchio che sia.
In un mondo sempre più pieno di FOMO – Fear Of Missing Out – e quindi in costante ricerca di restare al passo con i tempi (concetto che si applica anche alle federazioni e non solo ai singoli, apparentemente), tuttavia, lo sport più veloce del mondo almeno su qualcosa è voluto restare coerente con la propria storia. Non ci sono calendari nazionali che reggano: se si fa una pausa, è perché lo ha voluto lo sport.

Questa linea di pensiero nell’ultimo decennio è sembrata perdersi sempre più con l’aggiornatissimo regolamento che si potrebbe quasi definire woke a fungere da ultimo pezzo del puzzle. Ma chi è stato a decidere tutto questo? Uno di noi – un appassionato?
No, un signore che in un drive test con la Renault R28 si è schiantato dopo aver percorso 100 metri. È altresì vero, tuttavia, che Ben Sulayem ha avuto una carriera interessante nel mondo del rally. Mi chiedo quindi come un uomo che, in linea puramente teorica, di motorsport dovrebbe saperne almeno qualcosa, si possa piegare di fronte alla paura (di cosa, non si sa) e scrivere o firmare un regolamento per una Formula 1 (ormai sempre più costretta a seguire gli schemi del politically correct) che vieta un semplice e banale “c*zzo” o “vaffanc*lo”.
L’essenza di questo sport risiede anche nella foga – anche se non sempre piacevole a caldo – e nella genuinità. Nella sua carriera in Formula 1, per esempio, non mi è mai stato simpatico Verstappen, ma ho apprezzato infinitamente il boicotto della conferenza stampa FIA a Singapore più di mille parole pronunciabili in quel momento. Ha mostrato rispetto verso i giornalisti che lavorano mandando al contempo un messaggio chiaro alla federazione, apparentemente però non recepito.

L’essenza di questo sport risiede nelle piccole cose, come riportare Melbourne all’inizio di una stagione, un graditissimo passo indietro. L’ho sottolineato ieri sera in diretta su questi spazi (la diretta integrale la potete recuperare qui) – personalmente, la parentesi nella quale il season opener della stagione di Formula 1 era il Bahrain non mi è dispiaciuta a livello di gare. Ma è a Melbourne che inizia e deve iniziare la stagione.
Una stagione che, come tutti gli anni, avrà un significato sempre maggiore rispetto alla scorsa. Una nuova occasione per sperare nel trionfo del proprio beniamino, un nuovo punto di riferimento nel calendario, un nuovo ricordo nella mente di un appassionato, disposto ad alzarsi alle 5 del mattino per soddisfare un bisogno quasi primitivo.
L’essenza di questo sport è riguardarsi indietro, e sono sicuro che sarà qualcosa che farò (e faremo) in un anno pieno di cambiamenti. Dove mi trovo ora, all’inizio della stagione di Formula 1 e dove mi troverò alla fine? Guardarsi indietro con sì un tantino di nostalgia, ma anche con la consapevolezza che in un mondo sempre più turbolento ed incerto, una delle poche certezze rimaste è composta da un motore, quattro ruote ed un cofano, magari rosso.
L’essenza di questo sport, quindi, è avere un filo (per l’appunto) rosso che unisce tutti quelli che vogliono prendere parte a quella che sarà la nostra, ennesima, avventura in Formula 1. Buona stagione a tutti!
Ambizioso, perfezionista ed in cerca di miglioramento.

