Il Gran Premio d’Olanda di Yuki Tsunoda si è trasformato in un percorso a ostacoli, compromesso da un problema tecnico tanto raro quanto fastidioso.
Nonostante le difficoltà, Yuki Tsunoda è riuscito a chiudere in nona posizione, conquistando i suoi primi punti dal GP di Imola di maggio.

Un errore di mappatura decisivo
L’episodio chiave è arrivato dopo l’ultima sosta ai box. Il team principal Laurent Mekies ha spiegato l’accaduto: “Siamo rimasti bloccati nella mappatura sbagliata dopo il pit stop. In pratica, Yuki ha dovuto affrontare l’ultima parte di gara con una configurazione dell’acceleratore tutt’altro che amichevole.”
Dal 2020 la FIA ha imposto regole stringenti sulle mappature del motore, vietando i celebri “party mode” che permettevano di sprigionare la massima potenza in momenti strategici. I piloti possono cambiare impostazioni solo in casi specifici: a vettura spenta, in gara bagnata o nel transito in pitlane. Proprio lì si è consumato l’errore che ha penalizzato Tsunoda.

Entrando ai box, il suo ingegnere di pista Richard Wood gli ha ricordato di passare alla “strat 12” per la fase di pit. Dopo la sosta, sarebbe dovuto tornare alla “strat 11”, ma l’operazione non è stata completata correttamente. Risultato: l’auto è rimasta in una mappatura pensata per la partenza, con un pedale dell’acceleratore quasi “piatto” tra il 15% e il 40% della corsa.
Un finale complicato
Appena rientrato in pista, Tsunoda si è subito accorto del problema: “Non ho potenza,” ha comunicato via radio. La risposta è stata netta: “Non avrai potenza fino al 40% dell’acceleratore. È una mappa piatta. Non possiamo sistemarla in pista, cerca di adattarti sotto la safety car.”
Da quel momento in poi il giapponese ha dovuto reinventare il suo stile di guida, lottando con una monoposto che rispondeva in modo innaturale al gas. Nonostante tutto, ha tagliato il traguardo in nona posizione, a poco più di quattro secondi dalla Aston Martin di Lance Stroll.
“Non è stato affatto facile senza la gestione normale del pedale, ma hai fatto un ottimo lavoro,” lo ha incoraggiato via radio l’ingegnere a fine gara.

Rabbia e soddisfazione a metà
Il risultato non ha lasciato pienamente soddisfatto Tsunoda, che a fine corsa non ha nascosto la frustrazione: “A un certo punto la safety car era più veloce della mia macchina. Il team ha fatto un grande lavoro per limitare i danni, ma abbiamo perso molta performance. Non è stato semplice neppure arrivare a punti”.
Le interruzioni della gara non hanno giocato a suo favore: “Il primo e il secondo intervento della safety car non mi hanno aiutato. I piloti con cui lottavo hanno chiuso in quinta e sesta posizione, mentre io ho dovuto fare i conti con questi problemi nel finale. Non è stato facile.”
Ciononostante, il nono posto assume un valore particolare: “Normalmente un P9 non ti lascia emozioni, ma oggi rappresenta un segnale positivo per il futuro. È stata una gara davvero dura”.
Cosa poteva essere
Secondo Mekies, senza contrattempi Tsunoda avrebbe potuto aspirare a un piazzamento ben più prestigioso: “Prima del problema era davanti ad Antonelli e probabilmente avrebbe chiuso settimo. Inoltre è stato sfortunato con la prima safety car, perché aveva già effettuato la sosta, mentre molti altri hanno guadagnato posizioni con un pit stop gratuito. Per gran parte della gara è rimasto intrappolato nel traffico, quindi è difficile valutare il ritmo reale”.
Alla fine, il GP di Zandvoort ha lasciato l’amaro in bocca, ma anche una piccola iniezione di fiducia. Per Tsunoda, che non segnava punti da Imola, la speranza è che il peggio sia alle spalle e che questo nono posto rappresenti il punto di partenza per un finale di stagione più solido.
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