Le parole di John Elkann dopo il disastro di San Paolo hanno scosso l’ambiente Ferrari più di qualsiasi sconfitta in pista: un presidente che punta il dito verso i piloti invece di guardare dentro la squadra è il simbolo di un sistema che non sa più imparare.

L’inutile sbroccata di Elkann: il simbolo di una Ferrari che non tornerà mai più.

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Le parole di John Elkann dopo il disastro di San Paolo hanno scosso l’ambiente Ferrari più di qualsiasi sconfitta in pista: un presidente che punta il dito verso i piloti invece di guardare dentro la squadra è il simbolo di un sistema che non sa più imparare.

C’è una frase, tra le tante pronunciate da John Elkann dopo il disastro di San Paolo, che racconta meglio di ogni altra perché la Ferrari non tornerà a vincere finché resterà prigioniera di una cultura aziendale vecchia, pavida e autoreferenziale: “I piloti devono concentrarsi sul guidare e parlare meno“. In un colpo solo, il presidente della Scuderia ha dimostrato di non aver capito né la Formula 1 moderna, né il ruolo che la leadership dovrebbe avere in una squadra di vertice.

A Maranello, la responsabilità è sempre degli altri. È un riflesso condizionato che dura da diciassette anni: quando si vince, è il sistema che funziona; quando si perde, è colpa dei piloti, degli ingegneri, del meteo o della sfortuna. Ma mai, mai, della direzione. È un atteggiamento tossico, che alimenta paura, spegne il dialogo e riduce il talento a semplice esecutore.

Le parole di John Elkann dopo il disastro di San Paolo hanno scosso l’ambiente Ferrari più di qualsiasi sconfitta in pista: un presidente che punta il dito verso i piloti invece di guardare dentro la squadra è il simbolo di un sistema che non sa più imparare.

Elkann, nelle sue dichiarazioni, ha voluto tracciare un parallelo tra il successo del programma Endurance e il fallimento della Formula 1. Lo ha fatto contrapponendo due mondi che non potrebbero essere più diversi, quasi a voler dire: “quando tutti tacciono e obbediscono, vinciamo”. Ma la verità è che il WEC non ha vinto grazie alla filosofia Elkann – ha vinto nonostante essa. Lì, la Ferrari ha avuto la saggezza di affidarsi a chi conosce la materia, lasciando lavorare tecnici e piloti lontano dai riflettori del palazzo. Nessuna guerra di comunicati, nessuna lezione morale a mezzo stampa. Solo lavoro e fiducia. In Formula 1, invece, regna il sospetto.

Il presidente parla di coesione, ma la nega con i fatti. Un leader che rimprovera pubblicamente i propri piloti, a stagione ancora in corso, non cerca unità: cerca un capro espiatorio. E in un momento in cui la squadra è fragile e disillusa, quelle parole suonano come un tradimento. Leclerc e Hamilton, con la compostezza che li contraddistingue, hanno risposto con eleganza: il primo invocando unità, il secondo ribadendo la propria fiducia e determinazione. Entrambi hanno evitato la polemica, ma tra le righe c’è un messaggio chiaro: i piloti stanno proteggendo la Ferrari meglio del suo stesso presidente.

Hamilton, in particolare, ha mostrato una classe che a Maranello sembra ormai un ricordo. “I back my team. I back myself. I will not give up”. Nessuna accusa, nessuna difesa d’orgoglio, solo responsabilità. L’esatto contrario di chi, dal vertice, preferisce indicare con il dito piuttosto che guardarsi allo specchio. Se davvero Elkann ha pronunciato quelle parole pensando a lui più che a Leclerc – come molti sospettano – allora il problema è ancora più grave: significa che la Ferrari teme il carisma di Hamilton, la sua autorevolezza, la sua capacità di smascherare le inefficienze che da anni paralizzano il Cavallino.

Perché la verità è questa: il problema della Ferrari non è tecnico, ma culturale. È un’azienda che non sa imparare. Ogni due anni cambia direzione, cancella il lavoro fatto, riscrive l’organigramma e riparte da zero. È un ciclo autolesionista che distrugge la memoria tecnica e logora la motivazione di chi ci lavora. Red Bull e Mercedes hanno costruito il loro dominio sull’evoluzione costante; la Ferrari, invece, ha fatto della rivoluzione permanente il proprio dogma.

Le parole di John Elkann dopo il disastro di San Paolo hanno scosso l’ambiente Ferrari più di qualsiasi sconfitta in pista: un presidente che punta il dito verso i piloti invece di guardare dentro la squadra è il simbolo di un sistema che non sa più imparare.

Dal 2019 in poi, la Scuderia ha scelto la paura come politica. Dopo l’accordo segreto con la FIA sul motore, invece di reagire con visione, ha blindato tutto sotto strati di burocrazia e controlli. Gli ingegneri sono stati ingabbiati da procedure, la creatività sacrificata sull’altare del conformismo. È così che un simbolo di eccellenza tecnica è diventato un apparato lento, ossessionato dall’immagine e incapace di rischiare. Ogni errore ai box, ogni decisione tattica tardiva, ogni pit stop mancato di tempismo nasce da lì: da una cultura che non delega, che pretende consenso anche in uno sport che vive di decisioni in decimi di secondo.

E poi c’è la questione del comando. Dal 2008, la Ferrari ha cambiato sei team principal. Sei. Ogni nuovo arrivato promette rivoluzione, ogni volta si smantella ciò che c’era prima. Non c’è continuità, non c’è direzione, solo una sequenza di progetti abortiti e parole vuote. È impossibile costruire una cultura vincente quando ogni stagione si ricomincia da capo, quando ogni errore viene nascosto invece che studiato. In Formula 1, il tempo è la risorsa più preziosa: a Maranello lo si butta via in nome dell’immagine.

E l’immagine, appunto, è il grande veleno della Ferrari contemporanea. Ogni decisione passa prima dal reparto comunicazione e poi dal reparto corse. Ogni intervista è calibrata per non “disturbare il brand”, non per dire la verità. Il risultato è un’azienda che comunica forza ma trasmette debolezza, che si proclama unita mentre è divisa da gerarchie e silenzi. Elkann, nel suo ruolo, avrebbe dovuto essere il garante di un progetto, non il giudice dei suoi interpreti. Ma il suo intervento dopo San Paolo è stato l’ennesimo segnale di un presidente distante, che confonde l’autorità con l’autoritarismo e la comunicazione con il controllo.

Hamilton non è un problema, è un’occasione. È l’unico pilota che potrebbe davvero imporre nuovi standard a Maranello, il solo capace di dire ciò che nessuno osa più dire. Ma se la Ferrari continuerà a interpretare ogni voce critica come un atto di insubordinazione, allora anche lui finirà come Alonso e Vettel: inghiottito da un sistema che punisce chi pensa e premia chi tace.

Le parole di John Elkann dopo il disastro di San Paolo hanno scosso l’ambiente Ferrari più di qualsiasi sconfitta in pista: un presidente che punta il dito verso i piloti invece di guardare dentro la squadra è il simbolo di un sistema che non sa più imparare.

Il vero scandalo non è che la Ferrari non vinca: è che non sappia più capire perché perde. Ha i mezzi, le persone, le strutture per essere al top, ma ha smarrito il coraggio di guardarsi dentro. Finché Elkann continuerà a governare con la logica del comunicato stampa e del richiamo pubblico, la Scuderia resterà un monumento al rimpianto. Ferrari non ha bisogno di un capo che parli di unità: ha bisogno di un leader che la costruisca.

E fino a quando quel leader non arriverà – o non verrà lasciato lavorare – Maranello continuerà a produrre sconfitte prevedibili. Perché la Ferrari, oggi, non è un sogno infranto. È un sogno gestito male.


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