Kevin Schwantz: pilota impossibile

Kevin Schwantz: pilota impossibile

20 Febbraio 2021 0 Di Daniele Donzelli

Ci sono piloti che lasciano il segno nella storia: Kevin Schwantz è uno di questi. Rispolveriamo la carriera di uno dei più pazzi, ma allo stesso tempo dei più amati, di sempre.

Aspetto che il panico cresca, quando la paura si tramuta in visioni celestiali inizio a staccare…

Kevin Schwantz

Da questa frase e da alcuni soprannomi come “pilota impossibile” e “kamikaze”, riusciamo subito a capire l’indole di Kevin Schwantz: staccate e rischi sono le parole d’ordine.

Schwantz è spesso fuori dagli schemi, per molti aspetti, come lo stile di guida; ma anche per il rapporto con i giornalisti. Nei loro conftronti, Kevin si è sempre dimostrato disponibile, sia durante la carriera che ora. Infatti dà spesso la sua opinione esprimendosi riguardo alla MotoGP odierna.

È il 19 giugno 1964 quando questo campione viene al mondo, a Houson, in Texas.

Le moto sembrano essere il suo destino, dato che i suoi genitori sono proprietari di una concessionaria, e non deve aspettare che tre anni per salirci sopra. La passione gli è trasmessa dallo zio, da cui eredita anche il numero 34.

Gli inizi e i primi anni in 500.

Corre inizialmente in motocross, categoria che, probabilmente, influenza il suo stile di guida pazzo degli anni seguenti. Nel 1983, però, ha un grave infortunio ed è in qualche modo lo “costringe” a passare su strada.

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Schwantz (al centro) ai tempi del motocross.

Inizia a correre in campionati minori, per poi approdare per la prima volta nel motomondiale, subito in classe 500, il 28 giugno 1986, ad Assen, quando la Suzuki, moto che lo accompagnerà per tutta la sua carriera, gli offre la possibilità di esordire.

Durante il weekend cade ben tre volte. Forse è abbastanza azzecccato il soprannome “kamikaze” che gli verrà dato…

La settimana successiva, sul circuito di Spa-Francorchamps, fa decisamente meglio, con una decima posizione al traguardo. Ripete questo risultato a Misano, nella terza e ultima gara della sua stagione.

L’anno successivo corre sempre tre gare, arrivando quinto in Spagna, ottavo in Italia e nono in Francia. Insomma, Kevin ha realizzato buone prestazioni, e si merita il posto da titolare per la stagione 1988.

Proprio quest’annata, vince il GP del Giappone, prima tappa del motomondiale, rifilando ben 8 secondi e 384 millesimi al campione del mondo in carica Wayne Gardner. La sua prima vittoria arriva proprio a Suzuka, pista che negli anni gli regalerà 4 vittorie, un secondo e un terzo posto su 8 partecipazioni ( compreso il 1988).

Vince anche in Germania e conquista 2 terze posizioni, ma i tanti ritiri non lo fanno andare oltre l’ottavo posto nel mondiale.

Finita la stagione, vince il GP di Macao, probabilmente noto a molti per lo scontro tra Hakkinen e Schumacher in F3, su un tracciato cittadino pericolosissimo con i muri molto vicini alla pista. Qui, avviene un episodio emblematico dello stile di guida pazzo di Schwantz: passa tutto l’ultimo giro a impennare quando possibile, anche molto vicino ai guardrails.

Kevin esultante a Macao
Kevin esultante a Macao

La crescita, ma troppe cadute.

Arriviamo all’annata 1989, dove il texano dimostra tutte le sue capacità, come le staccate, per cui in tantissimi lo amano, ma anche i suoi difetti, come le troppe cadute. Arriva al traguardo solo 9 volte su 15. Di queste, 6 sono vittorie e 3 secondi posti, devastante.

Il tarlo dei ritiri, però, ancora una volta rovina la stagione, e non gli permette di puntare al titolo. Arriva quarto nel mondiale.

Nel 1990, non cambia la musica: prestazioni ottime, ma troppi zeri. Sono 4 questa volta, che in una stagione da 15 Gran Premi sono troppi. Raccoglie 5 vittorie e 5 altri podi. In Belgio, arriva al traguardo fuori dal podio dopo quasi 2 anni!

Si laurea vicecampione dietro ad uno straordinario Wayne Rainey, il suo più grande rivale. I 188 punti permettono a Schwantz di battere di 9 lunghezze l’australiano Michael Doohan, altro suo avversario negli anni.

L’anno seguente si dà una “svegliata” e le cadute diminuiscono notevolmente. Purtroppo le prestazioni calano un po’, probabilmente a causa dell’attenzione a non scivolare. La stagione è comunque buona, i punti 204, arrivando terzo dietro, non di moltissimo, i soliti Rainey e Doohan.

La stagione ’92 è una delusione per lo statunitense, che vince un solo appuntamento, e che arriva quarto in campionato, con soli 99 punti, meno della metà dell’anno precedente. Ma è solo la quiete prima della tempesta.

1993, la consacrazione di Schwantz

È il 1993, quando Schwantz, che fino a quel momento aveva raccolto di quanto seminato, si consacra definitivamente. Inizia benissimo, con 5 pole nelle prime 5 gare e 9 podi nelle prime 9, di cui 4 vittorie, è costante e si ritira solo in un’occasione; poi a fine stagione gestisce, facendo capire tutti che la testa, se vuole, la sa usare.

Si laurea campione con 248 punti, contro i 214 del rivale Rainey, complice anche l’infortunio di quest’ultimo, che lo costringe a non poterci provare nelle ultime 2 gare; ma il trionfo è più che meritato. Finalmente, il texano ottiene il successo più importante che ogni motociclista sogna: è campione della classe regina.

Schwantz campione del mondo
Schwantz campione del mondo

Il tramonto forzato della sua carriera.

Nel 1994, da campione in carica e con Rainey ritirato, è Kevin il grande favorito. Non vince il campionato, ma con Doohan imbattibile, il suo lo fa abbastanza.

Lo statunitense vince, al solito, a Suzuka, e in Gran Bretagna, con 4 podio ulteriori.

A tre gare dalla fine della stagione, però, si infortuna gravemente al polso, a Laguna Seca, saltando la fine dell’annata.

Arriva quarto nel mondiale, molto vicino al secondo posto, ma non avrebbe potuto impensierire Micheal Doohan, il quale conquista ben 9 appuntamenti su 17.

Kevin prova a tornare in pista all’inizio del ’95, anche con discrete prestazioni, ma il GP del Giappone del 23 aprile 1995 è la sua ultima gara della carriera in 500.

Infatti, il 10 giugno, è costretto al ritiro prematuro, a 31 anni. Lo comunica in lacrime, al Mugello, e tutti fanno fatica a non piangere: un mito non correra più nella classe regina.

Gareggia in NASCAR, e nel 2011, a Valencia, gira con la moto di Simoncelli, che era anche un suo grande amico.

Schwantz con la moto di Simoncelli

Conclusioni

Schwantz, un pilota impossibile, con una staccata fenomenale, e un modo di guidare molto pazzo, spesso troppo pericoloso.

Le cadute, a causa del suo stile molto aggressivo, lo hanno caratterizzato; ha dimostrato però maturità quando nel 1993 si è ritirato pochissimo ed ha gestito il vantaggio.

Tanti infortuni lo hanno fermato, dai primi anni, in motocross, fino alla 500. La motivazione è ovvia: si è preso tanti rischi.

Il texano forse ha raccolto meno di quanto meritasse, e lo dimostrano i dati: 51 podi di cui 25 vittorie su 104 gare disputate, numeri da pluricampione.

Kevin Schwantz è stato uno dei migliori piloti della storia, ed ha fatto appassionare tantissime persone al motorsport: le sue staccate sono un ricordo vivo negli occhi degli appassionati.

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