Non solo motoristi: storia della Honda in Formula 1

Non solo motoristi: storia della Honda in Formula 1

16 Gennaio 2022 0 Di Ivan Mancini

Non soltanto motoristi. Nella loro decennale avventura in Formula 1, i giapponesi della Honda vantano anche due esperienze in qualità di costruttori. Analizziamo insieme queste due parentesi.
 

Nelle ultime stagioni in Formula 1, Honda ha sempre partecipato in qualità di fornitore di propulsori, alimentando prima le vetture di Woking, poi le due “sorelle” Red Bull e Toro Rosso/AlphaTauri. Lo storico marchio di Tokyo, tuttavia, può anche vantare alcune presenze in qualità di costruttore, l’ultima avvenuta non molti anni fa. In questo breve articolo analizziamo insieme il viaggio della Honda in Formula 1 nonché le sue due eseprienze come scuderia iscritta al campionato.

 

Prima avventra come costruttore: 1964-1968

Per poter raccontare la prima parentesi della Honda in Formula 1 è necessario fare un tuffo nel passato. Correva il 1964 quando il marchio giapponese decise di entrare nella massima serie automobilistica costruendo una monoposto totalmente nipponica, dal telaio al motore; impresa che in quegli anni era riuscita solamente ad Enzo Ferrari, padre della scuderia dal Cavallino Rampante.

Un progetto davvero ambizioso, quello della Honda, peggiorato dal fatto che in appena 16 anni di attività i giapponesi si erano dedicati quasi esclusivamente alla costruzione di ciclomotori e motociclette ad uso civile. Con un’esperienza in campo automobilistico praticamente prossima allo zero, la prima monoposto del Paese dal Sol Levante – la Honda RA271 – partecipò ad appena 3 gare su 10, collezionando 3 ritiri.

Max Verstappen testa la Honda RA272
Max Verstappen testa la Honda RA272, la prima monoposto giapponese a vincere un Gran Premio

Le basi, però, erano solide e i risultati non tardarono ad arrivare. Nelle 4 stagioni successive, complice l’evoluzione delle monoposto e l’ingaggio di piloti competitivi, la Honda riuscì a conquistre svariati risultati utili, tra cui due vittorie e diversi podi. La stagione migliore si registra proprio nel 1967 quando, con solo un pilota alla guida (Surtees), la scuderia giapponese concluse il campionato al quarto posto complessivo con un bottino di 20 punti e due podi, tra cui una vittoria.

John Surtees vincitore del Gran Premio d'Italia 1967
L’unica vittoria di Surtees con Honda, nel Gran Ptemio d’Italia 1967

Le cose sembravano finalmente prendere la giusta piega e verosimilmente il team nipponico aveva ora la stoffa – e l’esperienza – per aprire un ciclo vincente. Tuttavia, a causa problemi finanziari (paralisi del mercato automotive statunitense) ed emotivi (morte del pilota di punta Joseph “Jo” Schlesser, intimo amico di Guy Ligier), nel 1968 la scuderia giapponese è costretta a chiudere i battenti annunciando il primo ritiro dalle corse.

 

Prima parentesi da motorista 1983-1992

Il matrimonio tra il mondo della Formula 1 e la casa giapponese, tuttavia, non era destinato a concludersi negli anni ’60. Sfruttando l’opportunità offerta dalla Spirit, scuderia britannica debuttante, nel 1983 Honda riuscì nuovamente a rientrare nel circus in qualità di motorista.

Spirit 201 motorizzata honda
Spirit 201 (1983) motorizzata Honda

Nel giro di pochi anni i giapponesi riuscirono a sviluppare motori sempre più competitivi e performanti, a tal punto da ingolosire anche i team più blasonati. Fornendo i propri propulsori a scuderie del calibro di McLaren, Williams, Tyrrell e Lotus, Honda scrisse un nuovo capitolo dell’automobilismo mondiale, conquistando 11 titoli tra campionato piloti e costruttori, prima di annunciare il secondo ritiro dalle corse nel 1992. La seconda avventura della Honda in Formula 1 si concluse, dunque, in maniera decisamente migliore rispetto la prima, ma nulla era ancora finito: l’addio dei giapponesi suonava quasi come un arivederci…

McLaren MP4/6 motorizzata Honda
McLaren MP4/6 (1991) motorizzata Honda, l’auto dell’ultimo mondiale di Senna

 

Seconda parentesi da motorista 2000 – 2005

…difatti, dopo pochi anni, Honda rientrò nuovamente nel mondo delle corse. In realtà i costruttori giapponesi non abbandonarono mai il giro della Formula 1 in maniera definitiva, in quanto i motori Honda continuarono ad essere utilizzati ed evoluti grazie al supporto di un’altra azienda giapponese, la Mugen, gestita proprio dal figlio di Sōichirō Honda.

Il secondo ingresso ufficiale in qualità di motorista avvenne nel 2000 attraverso la scuderia debuttante BAR, nata per pubblicizzare il marchio di tabacco BAT (British American Tobacco). La collaborazione portò parecchi risultati utili alla scuderia britannica, che toccò il proprio apice durante il campionato 2004, quando concluse la stagione al secondo posto con un bottino di 119 punti e 11 podi.

BAR 006 motorizzata Honda
BAR 006 (2004) motorizzata Honda

Nello stesso periodo Honda fornì i propulsori anche alla Jordan, senza tuttavia conquistare risultati degni di menzione.

 

Seconda avventura come costruttore 2006-2008

La convivenza tra Honda e la BAR procedeva talmente bene che la società giapponese decise di fare un passo in avanti. Approfittando delle difficoltà economiche che attanagliavano il team britannico, nel 2005 Honda decise di acquistare la totalità delle azioni della scuderia BAR. Dopo 37 anni di assenza, il marchio giapponese era finalmeme pronto a rientrare nel circus in qualità di costruttore, schierando in pista la RA106 guidata dalla coppia Barrichello Button.

Jenson Button alla guida della Honda RA106
Jenson Button alla guida della Honda RA106

Guardando a posteriori, quella del 2006 si rivelò essere di gran lunga la stagione migliore la Honda; il nuovo team concluse infatti la stagione 2006 con un bottino di 86 punti valevoli la terza posizione nel campionato costruttori. Tuttavia, a partire dall’anno seguente, Honda inaugurò un lento declino, tra penuria di fondi e mancata competitività, che terminò nel 2009 con l’acquisizione del team da parte di Ross Brown per la cifra simbolica di 1 sterlina.

Finisce qui la seconda avventura della Honda in qualità di costruttore, ma in un certo senso comincia qui la storia di una delle scuderie più vincenti di sempre, la Mercedes. “Quando chiude una porta se ne apre un’altra” recita un detto di Bell: mai citazione fu più adeguata.

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