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Ciao, Ayrton. A te, 30 anni fa

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A 30 anni dalla dipartita, nel nome di Ayrton Senna, della Formula 1, emozioni e ricordi di tutti coloro che hanno adorato, adorano e adoreranno per sempre Magic.

“Ho visto Dio, seduto al mio fianco, in griglia, e mi parlava”

È una storia coccolata da Dio, quella di Ayrton Senna da Silva, per i familiari e la sua gente “Beco”, per i suoi tifosi “Magic”.

Narrativa di uomo, figlio e ira dell’Altissimo. Un Dio conosciuto in ogni sua sfaccettatura, vivendone, per il resto dei suoi giorni, in perenne simbiosi.

La cieca fede evangelica di Ayrton è stata per lui tutela e glorificazione. Ardentemente crogiolato nei suoi dubbi di fede, Senna adorava un “Dio personale”, sdraiato a terra, sfrecciando ai 300 km/h.

Un filo verdeoro ha condotto l’esistenza del brasiliano, sempre al limite, alla ricerca, in pista, del contatto con l’Onnipotente. Per apparire, anche lui, onnipotente.

30 anni fa se ne andava, nel nome di Ayrton Senna, la Formula 1. Emozioni e ricordi di tutti coloro adorano e adoreranno sempre Magic.

Dal GP di Montecarlo del 1984 a quello di Imola 1994, 10 anni in cui la Formula 1 ebbe il modo di assaggiare impaurita, e piangere senza sosta, la foga moderata di Magic, placida nel modo di porsi fuori dalla pista, irruenta e cannibale sull’asfalto, rovente o glaciale che fosse.

I tre titoli mondiali, nel 1988, 1990 e 1991, tutti e tre con la McLaren, consacrarono Ayrton a leggenda vivente, a “capo della tribù dei piloti”, citando Giorgio Terruzzi.

Con il titolo di capo, Ayrton ha deciso di allontanarsi dalla vita terrena. L’ha fatto in pista, nel giorno di riposo dell’Altissimo, forse per questo distratto. L’ha fatto come aveva vissuto la sua intera vita, velocissimo.

In un attimo si è trovato lì, dimensione sconosciuta, accarezzando, per la prima volta, il volto di quel Dio tanto acclamato da lui in mezzo agli uomini.

“Siamo fatti di emozioni. Cerchiamo sempre delle emozioni. È solo questione di trovare il modo per provarle”

I piloti non hanno paura di morire. Il pericolo della morte è invece il monito che li protegge, che li fa andare più forte, arrivare al traguardo, talvolta millimetri prima della Mietitrice.

È sempre e solo una questione di velocità pura, e Ayrton ha saputo, più di tutti, sprigionare quell’aura conferita dal giro veloce per eccellenza, il giro di qualifica.

La pole di Ayrton è un bacio feroce. Un fuoco che ti dilania, brucia il petto.

L’emozione di un amore. Per attimi sembra infinito, destinato all’eterno. E poi finisce, con il vuoto pronto a prenderti. Eclissato, però, dalla consapevolezza che sarebbe accaduto ancora, che Ayrton lo avrebbe fatto di nuovo.

Montecarlo ‘90 su tutte, una guida fuori dall’umana comprensione. In stato di trance, centellinandosi, scolpendo un’opera e modellandola giro dopo giro. 5 esecuzioni cronometrate, il monitor dei tempi che si aggiorna ad ogni traguardo superato.

65 prime caselle di partenza totali, l’ultima raccolta proprio nel mesto weekend di Imola 1994. Ayrton raccolse i cocci della situazione precaria del circus al suo solito, velocemente, infilandosi, subito dopo, nei meandri reconditi del suo Io. Un dolore sordo lo afferrò in petto. Era già primavera, una primavera italiana. Sarebbe stato, purtroppo, il gelo il protagonista, nell’autodromo e in tv, il giorno seguente.

“Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota…”

Il garrito delle rondini in volo sancisce, laconico, l’inizio della giornata di Imola. La tensione accumulata per i fatti accaduti nel weekend, la proposta di non correre il GP, tutti ricordi di un passato ben definito oltre i caschi dei piloti.

Ayrton, schivo e pensieroso, parla con Dio.

Dio però è distratto, gli risponde superficiale. Tutte le visiere sono abbassate. Magic, allora, raggiunge i suoi avversari per quell’ora e mezza.

Nell’abitacolo porta una bandiera austriaca, tributo a Ratzenberger. La sventolerà da vincitore. Per te, Roland, perché tu non venga dimenticato. E sventolerà anche la bandiera del suo Brasile, per tutti i bambini che, senza proclami rumorosi, aiuta. Per un futuro migliore della sua gente in Brasile, per pacificarsi.

Imola, la gara getta un terribile preavviso allo sventolare della bandiera verde. Confusione, cocci, feriti, Safety Car.

Imola, la gara riprende e siamo alla settima tornata.

Imola, ci avviciniamo al Tamburello con i primi due quasi incollati.

Imola, sono le 14:16 e Senna non è più primo.

Si è fermato al Tamburello, non ha girato. È andato dritto, a 307 km/h. Lo schianto l’ha fatto rimbalzare in pista. Ayrton non si muove, la macchina è distrutta. Fa un cenno con la testa, l’ultimo, e la adagia, molle, sulla spalla sinistra.

A 30 anni dalla scomparsa, nel nome di Ayrton Senna, della Formula 1, emozioni e ricordi di tutti coloro che adorano e adoreranno per sempre Magic.

Senna viene fatto stendere sulla pista. La macchia di sangue sul circuito è accecante. Sid Watkins, l’angelo della vita, prova a strappare l’anima di Ayrton alle braccia del Creatore. Arriva l’elicottero, dritti all’ospedale di Bologna.

“…Dio mi aveva dato il potere di far tornare indietro il mondo, rimbalzando nella curva insieme a me”

Alle 18:40 arriva la conferma. Ayrton Senna ha scelto il ricordo eterno.

Nell’ultima conversazione con Dio, i due hanno deciso di incontrarsi in quello stesso giorno.

Ayrton ora riposa, ha chiuso gli occhi.

Ayrton Senna non era solo un pilota come gli altri. L’eterna conflittualità tra pilota e personaggio l’ha umanizzato, esempio per tutti. La sua morte in pista, come un qualsiasi eroe dei miti, l’ha divinizzato, reso leggenda nella memoria di chi non ha potuto vivere le sue gesta.

Nessuno mai come te, Ayrton. In qualsiasi mondo tu sia, grazie per la tua testimonianza.

A 30 anni dalla dipartita, nel nome di Ayrton Senna, della Formula 1, emozioni e ricordi di tutti coloro che adorano e adoreranno per sempre Magic.

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