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IndyCar | 29 Maggio 2011: l’ultimo ruggito di Dan Wheldon

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In una delle edizioni più imprevedibili e rocambolesche della storia della 500 Miglia di Indianapolis, “Lionheart” Dan Wheldon ottenne l’ultimo suo successo in carriera esattamente 15 anni fa, entrando definitivamente nel cuore degli appassionati.

Era il 29 Maggio del 2011, quando Daniel Clive Wheldon riuscì nell’impresa di vincere la sua seconda Indy500, pochi mesi prima del terribile incidente di Las Vegas, dove il pilota britannico passò a miglior vita. Nella narrazione di oggi riavvolgeremo il nastro, tornando indietro in quella spettacolare Domenica di fine primavera, dove andò in scena una delle più leggendarie ed emozionanti gare del Motorsport americano e mondiale.

Dalla quasi prima donna vincitrice ad Indianapolis al successo di una leggenda con l’ultimo treno disponibile per quell’edizione, passando dalla gioia allo psicodramma di un giovane rookie in una manciata di curve. Restate con noi se volete fare un salto nel passato con la storia dell’automobilismo e dell’IndyCar.

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Un campione in decadenza

Fin dai primi passi mossi nei Kart in Gran Bretagna, era noto che Dan Wheldon fosse un predestinato di questo sport, e i risultati parlavano per lui. Il sogno di poter correre in F1 non riuscì mai ad avverarsi, legato soprattutto a motivi finanziari, tuttavia il sogno del giovane biondo inglese non era finito lì.

Per lui, chiusa la porta della classe regina per eccellenza, si era aperto il portone degli USA, dove il nativo di Emberton in pochi anni arriverà fino al palcoscenico più importante, quello dell’IndyCar. Nel 2002 esordirà con il team Panther Racing, squadra alla quale, ironia della sorte, farà uno sgarbo bello grande ben 19 anni dopo.

Nell’annata successiva entrerà in Andretti, team con il quale nel 2005 conquisterà gli States, vincendo sia il campionato che la sua prima 500 Miglia di Indianapolis. Dal 2006 in poi, quando sembrava che la sua carriera sarebbe stata coronata da altri titoli, in seguito al suo passaggio in Ganassi, i suoi risultati inizieranno gradualmente a calare.

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Wheldon festeggia la vittoria ad Indianapolis nel 2005

Dopo 2 annate, 2009 e 2010, alquanto prive di soddisfazione per “Lionheart”, il team Panther Racing deciderà di appiedarlo, per mettere sulla vettura #4 il rookie J.R. Hildebrand, il cui destino si intreccerà con quello del campione “ormai decaduto” in un futuro non troppo lontano.

Dopo ben 10 stagioni, Wheldon si era ritrovato a piedi per la stagione 2011, anno in cui la carriera del britannico sembrava aver preso un’altra piega: per lui era iniziata un’altra avventura nel mondo del motorsport, nei panni di “race reporter” e commentatore televisivo per la TV americana. Nonostante questo, il classe’78 non aveva ancora perso l’orgoglio da pilota e non gli era passato per la testa di appendere il casco al chiodo.

Il suo ex compagno di squadra Bryan Herta decide di affidargli una monoposto per prendere parte alla Indy 500, in modo da poter almeno partecipare alla corsa regina del più importante campionato americano a ruote scoperte. Wheldon non fece pentire l’amico della sua scelta, dato che nelle qualifiche riuscì a posizionarsi in P6.

Davanti a lui partivano i favoriti per la vittoria finale, piloti del calibro di Alex Tagliani, Scott Dixon, Will Power e Dario Franchitti. Dan non aveva il favore del pronostico alla vigilia della gara, ma come ben insegna l’ovale di Indianapolis, in quella pista tutto è possibile fino alla bandiera a scacchi.

La regina del Motorsport sfiora l’impresa

Soltanto 11 donne hanno mai preso parte ad una gara IndyCar e solo una di loro è mai riuscita a salire sul gradino più alto del podio, entrando nella storia dello sport come un’icona del genere femminile. Stiamo parlando di Danica Patrick, la donna che scrisse una delle pagine più emblematiche dell’automobilismo americano e mondiale.

Nel 2008 la pilota americana ottenne il suo primo ed unico successo in terra nipponica, nella ormai nostalgica “Indy300” nell’ovale di Motegi. Il 20 Aprile a bordo della monoposto numero 7 di Andretti Green, Danica Patrick passava sotto la bandiera a scacchi per prima nell’ultima gara separata della Indy Racing League dalla Champ Car prima dell’unione definitiva.

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In quella giornata di Maggio del 2011 lei si era ritrovata clamorosamente in testa alla corsa nella fasi finali, dopo una prima parte della corsa in cui non sembrava essere candidata al potenziale successo finale. Dopo una lotta intensa per portar la sua auto nelle condizioni ottimali per tentare il colpo grosso, Andretti Motorsport ha azzardato una strategia di risparmio carburante, fermandosi al giro 159.

Lei ed il suo team speravano che avvenissero ben 2 miracoli per poter vincere la gara: il primo era di riuscire a fare un numero di giri sufficienti per permette alla monoposto numero 7 di tornare ad essere competitiva nel finale, mentre il secondo era la possibilità di fare rifornimento prima del traguardo sotto bandiera gialla.

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La prima richiesta è andata a buon fine, difatti si è ritrovata in testa per ben 10 giri a venti tornate dal traguardo, ma progressivamente, l’originaria del Wisconsin ha dovuto fare i conti con il carburante, rientrando ai box lasciando strada libera a Baguette ed J.R. Hildebrand.

Ad un passo dalla gloria eterna: “rookie mistakes”

Arrivati alla fase finale della corsa, in 3 erano in lizza per la vittoria: Baguette, Franchitti ed Hildebrand. Tutti e 3 avevano saggiamente puntato sul risparmio carburante in modo da poter arrivare alla bandiera a scacchi senza un’ulteriore sosta.

Dietro di loro iniziano ad avvicinarsi sensibilmente Wheldon, Dixon e Kanaan, coloro che poco prima erano entrati in pit lane per l’ultimo pieno di etanolo. Il distacco dal trio davanti rimane quasi insormontabile, la loro unica speranza è che siano costretti a fermarsi. A 3 giri dalla fine Baguette viene chiamato al pit, mentre il campione in carica Franchitti è costretto a rallentare.

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Questo scenario sembra involare il giovane alfiere della Panther Racing verso un iconico successo: un rookie sta per vincere la 500 Miglia di Indianapolis al primo tentativo, cosa che non accadeva dal 2001, quando Helio Castroneves mise il primo di quattro timbri sull’ovale dell’Indiana.

Ad inizio dell’ultimo giro, ovvero il numero 200, tutti gli spettatori sono in piedi per l’eroe a stelle e strisce, il quale assume sempre più le sembianze di Saetta McQueen, mentre si lancia per andare a vincere la Piston Cup in terra natia. Solo 4 curve a sinistra e i sogni diventeranno gloria eterna. Solo venti secondi bisogna aspettare per vedere J.R. Hildebrand prendere la bandiera a scacchi e salire sul tetto d’America.

Chissà cosa stava provando quel giovane 23enne alla guida della monoposto numero 4, quando ha imboccato il rettilineo principale per l’ultima volta. E’ logico pensare che la pressione era tanta, con il cuore che in quell’ultimo passaggio avrà registrato parametri da tachicardia.

Dopo aver passato le prime tre curve indenne davanti al californiano si stava aprendo il sipario della gloria eterna, un tappeto di velluto rosso steso davanti a lui. Solo una curva lo stava separando dal sogno di una vita, solo e soltanto una…una di troppo.

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Wheldon passa Hildebrand, finito contro il muro

Nell’ultima svolta a sinistra il rookie si ritrova a doppiare Charlie Kimball. Non sembrano esserci particolari problemi, difatti il leader della corsa di spostarsi sulla destra, ma calibrando male la traiettoria. Hildebrand perde la linea ideale e si stampa contro il muro di Indianapolis, regalando agli spettatori una trama che neanche Christopher Nolan o Quentin Tarantino si sarebbero immaginati per il proprio film.

Nonostante il brutto impatto, il giovane pilota riesce a mantenere, seppur maniera grottesca, la sua vettura in piedi tagliando miracolosamente il traguardo… ma per secondo.

La rivincita della vita e la scommessa fatale

Sotto la bandiera a scacchi non transitò per primo il giovane Hildebrand ma il veterano Wheldon, il quale probabilmente non si sarebbe mai aspettato di vincere per la seconda volta in carriera una 500 Miglia di Indianapolis, per di più non da pilota titolare. Proprio il britannico era riuscito a strappare la vittoria alla sua ex squadra, che aveva puntato sul californiano di nuova generazione qualche mese prima, e in quella Domenica di Maggio si era preso la rivincita della vita, dimostrando per l’ultima volta di carriera, sfortunatamente, che la sua favola non era mai finita, c’era soltanto da attendere il suo finale, giunto nell’ovale di Indianapolis.

Il 2011 si rivelò sia l’anno del riscatto di Dan Wheldon che quello della sua prematura scomparsa, avvenuta il 16 Ottobre, sul circuito di Las Vegas, dove il 33enne decise di accettare la folle scommessa proposta dalla federazione, scegliendo di partire volutamente dal fondo con l’obiettivo di vincere la gara, dividendosi mezzo milione con uno spettatore estratto a sorteggio.

Wheldon era stata selezionato come tester per il nuovo telaio Dallara, che avrebbe esordito a partire dalla stagione successiva, con la speranza che la sua introduzione avrebbe diminuito la possibilità che una vettura prendesse il volo tamponando quella davanti. E’ paradossale come la sua morte sia avvenuta proprio in quella circostanza. Dan aveva dichiarato che la sua morte ideale sarebbe stata all’interno dell’abitacolo, mentre lui stava facendo ciò che aveva sempre sognato da ragazzo, ovvero fare il pilota. Il destino ha voluto portarselo con se sotto terra, lasciando una moglie vedova e due figli senza il loro papà, insieme ad un vuoto incolmabile per l’intera comunità dell’IndyCar e del Motorsport a livello mondiale.

L’eredità di “Lionheart”

Quel telaio, nel quale ci aveva messo la firma, venne dedicato a lui, il DW12, che ancora oggi è impiegato nel campionato americano a ruote scoperte. Grazie al suo contributo e all’efficienza di un mostro sacro come Dallara, molti piloti sono stati salvati da dinamiche spaventose, in maniera simile all’introduzione dell’halo in Formula 1.

I suoi due figli hanno seguito le orme del padre, iniziando a muovere i primi passi all’interno del Motorsport, portando con loro quel numero 98, con il quale Dan vinse la sua ultima gara. Sebastian, il più grande, è reduce dalla doppia vittoria di Zandvoort nel campionato FREC, dove è anche leader di classifica. Il giovane biondino è già uno dei piloti più talentuosi che scalpita nella categorie propedeutiche, con la buona possibilità di arrivare un domani dove suo padre aveva sognato di correre fin da bambino, la F1.

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Il secondo genito Oliver è attualmente impegnato in terra natia, nel USF2000 Championship, dove sta a sua volta emergendo, con un obiettivo ben chiaro: vincere in futuro la Indy500. Nel caso ci riuscisse, la coppia padre-figlio Wheldon sarebbe la seconda a realizzare ciò, dato che solamente Al Unser e Al Unser Jr. detengono questo primato.

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