Politica ed economia sono sempre più centrali nel mondo della Formula 1. Ma quali sono le ripercussioni sulla scelta dei tracciati? Vediamo chi oggi ha più influenza e chi invece la sta perdendo.
In Formula 1 il cronometro non è l’unico giudice: alcuni Gran Premi sopravvivono più per equilibri politici ed economici che per reale valore sportivo. Vediamo insieme quali sono.
La Formula 1 negli USA: un’operazione globale mascherata da show
Negli ultimi anni la Formula 1 ha mostrato con sempre maggiore chiarezza la volontà di espandere la propria presenza negli Stati Uniti. Una strategia guidata soprattutto da logiche di business, più che da esigenze puramente sportive, che ha portato il calendario a includere oggi ben tre appuntamenti sul suolo americano: Austin, Miami e Las Vegas.

Tre eventi profondamente diversi tra loro, ognuno con una propria identità. Austin rappresenta il circuito dei piloti, tecnico ed esigente, capace di esaltare la guida e il talento. Miami, al contrario, è diventato il palcoscenico perfetto per il marketing, un appuntamento in cui l’immagine spesso supera l’azione in pista.
Las Vegas è il simbolo della Formula 1 come prodotto di intrattenimento, un tracciato immerso nel luccichio della Strip, dove anche i nomi delle curve sembrano pensati per rafforzare l’identità glamour dell’evento più che la sua anima sportiva.
Il Circuit of the Americas (COTA) è stato inaugurato nel 2012 e rappresenta ancora oggi la sede “moderna” della Formula 1 negli Stati Uniti, pensata fin dall’inizio per ospitare stabilmente il Circus. Nel 2022 è stata invece la volta di Miami, con un tracciato ibrido cittadino inserito nel contesto dell’Hard Rock Stadium, simbolo di una F1 sempre più orientata all’intrattenimento.
Dal 2023, infine, il calendario ha accolto Las Vegas, uno dei circuiti più discussi degli ultimi anni: un progetto nato principalmente per massimizzare il ritorno economico e mediatico, più che per garantire spettacolo e prestazioni pure in pista.
A contribuire alla crescente popolarità della Formula 1 negli Stati Uniti è anche il forte mix culturale presente in pista, che permette al pubblico americano di identificarsi e scegliere il proprio beniamino in un campionato sempre più internazionale.
Allo stesso tempo, la presenza costante di celebrità, musicisti e influencer statunitensi nei weekend di gara ha colmato il divario tra cultura pop e sport. Quando gli A-listers vengono inquadrati sulla griglia o nel paddock, l’evento assume immediatamente una dimensione più ampia, capace di andare oltre la competizione in pista.
Un’esposizione mediatica che amplifica il valore del prodotto Formula 1 e contribuisce in modo decisivo all’aumento dell’audience, trasformando il campionato in un fenomeno globale seguito ormai in ogni parte del mondo.
La Formula 1 torna a guardare all’Africa: Tangeri e Kyalami nel radar
La Formula 1 guarda con crescente interesse all’Africa e l’ipotesi di un ritorno nel continente non è più soltanto una suggestione. A circa venti chilometri da Tangeri potrebbe infatti nascere un nuovo impianto pronto ad accogliere il rombo delle monoposto, un progetto ambizioso quanto oneroso: l’investimento complessivo stimato si aggira intorno a 1,2 miliardi di dollari.
L’obiettivo è chiaro: realizzare un circuito omologato FIA Grade 1, requisito indispensabile per ospitare eventi del calibro della Formula 1. A guidare l’iniziativa c’è Eric Boullier, figura ben nota nel paddock, ex team principal di McLaren e Lotus ed ex direttore generale del Gran Premio di Francia.
Ma il Marocco non è l’unica opzione sul tavolo. Dopo oltre trent’anni di assenza, la Formula 1 potrebbe infatti tornare anche a Kyalami, storico tracciato sudafricano che ha già ospitato il Circus fino al 1993. In questo caso, un primo passo concreto è già stato compiuto: la FIA ha espresso parere favorevole, aprendo la strada a un possibile ritorno del Gran Premio del Sudafrica, qualora venissero completati gli adeguamenti richiesti per l’omologazione.

Il progetto di Tangeri, intanto, si distingue per una visione che va ben oltre la pista. L’idea è quella di creare un vero e proprio hub dedicato al motorsport e all’intrattenimento, con hotel, parco a tema, marina e centro commerciale, seguendo il modello dei moderni circuiti-destinazione.
A rafforzare la candidatura marocchina c’è anche la posizione geografica strategica: Tangeri si trova a ridosso dello Stretto di Gibilterra, un vantaggio logistico non trascurabile che faciliterebbe gli spostamenti dei team dall’Europa via mare, riducendo costi e complessità operative.
Se uno di questi progetti dovesse concretizzarsi, rappresenterebbe un ulteriore passo nel processo di espansione globale della Formula 1, sempre più orientata a presidiare nuovi mercati e a rafforzare la propria presenza su scala mondiale.
Per ora, però, si resta nel campo delle intenzioni. La sfida più grande sarà trasformare le idee in realtà: gli investitori spingono sull’acceleratore con l’obiettivo di avviare i lavori e completare l’autodromo entro tre anni, passaggio decisivo per riportare la F1 in Africa non solo nei piani, ma anche sul calendario.
L’Europa sta perdendo prestigio?
Il caso della Germania ed il rientro di Portimao:
Se in America la Formula 1 è diventata un vero e proprio fenomeno culturale e l’Africa sta lavorando attivamente per rientrare nel fittissimo calendario, negli ultimi anni l’Europa sta invece vivendo un andamento differente, più complesso e stagnante. Il Vecchio Continente, storica culla del Motorsport, sta progressivamente perdendo centralità all’interno del Circus.
Dal prossimo anno, con l’esclusione di Imola dal calendario (fatto che ha sollevato non poche critiche, soprattutto tra i fan della “vecchia guardia” ma anche tra i più giovani), il primo Gran Premio europeo sarà quello di Monaco, in programma il weekend del 7 giugno.

Un dato emblematico, che fotografa chiaramente come la stagione di Formula 1 sia ormai fortemente sbilanciata verso altri mercati, considerati più redditizi e strategici, da un punto di vista commerciale e politico.
Un caso particolarmente significativo è quello che riguarda la Germania; a lungo nazione centrale, cardine, nel mondo del motorsport, ha ospitato gare sui suoi numerosi circuiti iconici, tra i quali spiccano Hockenheimring e Nürburgring, tappe presenti sin dagli anni ’50.
Questi due tracciati sono ancora oggi tra i più famosi al mondo per le loro particolari configurazioni e per essere stati a lungo scenario di sorpassi e trionfi spettacolari. Perfino Max Verstappen la scorsa primavera si è recato al Nordschleife, il più celebre dei circuiti del complesso del Nürburgring, per un test. Il giudizio del campione olandese è però stato netto: piste di questo tipo non sono più compatibili con la Formula 1 moderna, soprattutto per ragioni di sicurezza. Le velocità attuali e le dimensioni delle monoposto rendono questi circuiti troppo pericolosi.
La classe regina ha disputato il suo ultimo Gran Premio in Germania nel 2019 a Hockenheim e poi con il GP dell’Eifel al Nürburgring, nel 2020, tenutosi in via del tutto eccezionale a causa della pandemia. Da allora il vuoto.
A incidere su questa prolungata assenza non vi è solo un calendario decisamente affollato; le normative tedesche in materia di rumore e impatto ambientale sono particolarmente rigide. A ciò si aggiunge una promozione poco incisiva, incapace di rilanciare l’immagine della Formula 1 presso il grande pubblico nazionale.
Il dato forse più preoccupante, però, riguarda il progressivo calo di interesse da parte degli appassionati tedeschi. I numeri televisivi parlano chiaro: il Gran Premio di Cina, trasmesso come prima gara in chiaro della stagione su RTL e in contemporanea su Sky, ha registrato appena 1,13 milioni di spettatori complessivi.

Numeri che certificano una tendenza ormai difficile da ignorare: mentre la Formula 1 cresce altrove, in Europa, e in particolare in Germania, il legame storico con la categoria sembra progressivamente affievolirsi. Un paradosso per uno sport che proprio qui ha costruito gran parte della sua identità.
Ad invertire questa tendenza di allontanamento progressivo dall’Europa, ci ha pensato proprio la Formula 1. Nei giorni scorsi infatti è arrivata un’ufficialità inattesa: Portimao, circuito portoghese, tornerà in calendario a partire dal 2027. Le uniche due edizioni disputate su questo tracciato (durante la pandemia) hanno esaltato piloti e tifosi per il suo layout straordinario.
Un successo non solo per il Portogallo ma anche per tutta l’Europa.
Circuiti a rotazione; coincidere storia e innovazione:
Quindi, i circuiti europei devono cominciare a preoccuparsi del grande potere acquisito dall’America (e non solo)? Di certo l’introduzione della rotazione dei GP, che risponde al desiderio della F1 di mantenere il numero di gare attuale, ventiquattro, espandendo il mercato globale, non aiuta.
Difatti questa scelta penalizza proprio l’Europa, terra con il maggior numero di Gran Premi.
Spa, una delle piste più iconiche ed amate dai motoristi, sarà protagonista della rotazione. Negli anni dispari ospiterà il weekend di gara (es. 2027, 2029, 2031), mentre negli anni pari non sarà presente nel calendario, per dare l’opportunità ad altre piste di ospitare il Circus (es. Barcellona nel 2028, 2030 e 2032).

Alla base di queste decisioni ci sono anche motivazioni economiche, e il nuovo, attesissimo Madriring ne è l’esempio più concreto. Madrid occuperà il vuoto lasciato da Imola: una capitale europea, capace di garantire una maggiore visibilità internazionale e, soprattutto, introiti più elevati, attira i piani alti della F1.
D’altra parte, rimangono date fisse come quelle dei Gran Premi nella zona del Golfo. Da alcuni anni a questa parte se ne disputano addirittura quattro e sarà così anche la prossima stagione, con Bahrain, Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi.

Nel 2024, le corse in quell’area furono quelle di apertura (in Bahrain) e chiusura del Mondiale, occupando così i momenti più significativi e potenzialmente decisivi di un’intera stagione. Per molti di questi Paesi, lo sport rappresenta un’occasione nel processo di costruzione dell’immagine.
È bene ricordarlo: l’obiettivo della Formula 1, spingendosi verso nuovi mercati e tracciati mai affrontati, è quello di ampliare la propria fanbase globale e attrarre nuovi investitori.
Un progetto ambizioso che, però, rischia di ridimensionare sempre di più il ruolo dell’Europa, cuore storico di questo sport.
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